Solana, Straw, Fischer, e de Villepin hanno molto di cui rispondere dato che la loro politica ha permesso Tehran di acquistare tempo prezioso
Di ALEJO VIDAL-QUADRAS
Fonte: The Wall Street Journal
Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad la scorsa settimana si è vantato per le nuove 60000 centrifughe di terza generazione per l’arricchimento dell’uranio che saranno costruite dal regime. Mentre i leader mondiali in settimana si riuniscono a Washington per discutere su come prevenire il terrorismo nucleare, si fa strada la convinzione che bisogni quanto prima controbattere alla minaccia nucleare dell’Iran.
Sono passati 8 anni da quando l’opposizione, vale a dire il Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran, smascherٍ il programma atomico segreto dei mullah, svelando l’esistenza di una centrale per l’arricchimento dell’uranio a Natanz e di una potente centrale idrica per la produzione del plutonio a Arak. Il Consiglio svelٍ altresى l’esistenza di un’altra centrale a uranio di Qom nel 2005, scoperta confermata dai leader mondiali solo nello scorso settembre. E ancora, nel frattempo, Teheran è riuscita a sviluppare moltissimo il suo programma nucleare.
L’Iran è stato ampiamente sostenuto negli anni da coloro che possono essere solo descritti come politici accomodanti, i quali hanno fatto concessioni e offerto incentivi, dichiarando al mondo intero che avrebbero potuto far cambiare atteggiamento al regime. E cosى è stato: il Leader Supremo Ayatollah Khamenei ha sostituito il presidente apparentemente moderato Mohammad Khatami con il fanatico Mahmoud Ahmadinejad, mentre gli esponenti del governo iraniano continuavano a perseguire i loro progetti nucleari senza retrocedere di una “virgola”.
Purtroppo, l’Unione Europea è stata uno dei maggiori colpevoli del successo nucleare iraniano. In particolare, l’ex alto rappresentante UE per la politica estera, Javier Solana, cosى come gli ex ministri degli esteri britannico, francese e tedesco – Jack Straw, Dominique de Villepin e Joshka Fischer – sono proprio i maggiori responsabili. Sono stati loro ad escogitare la politica dell’”impegno costruttivo” che in questi ultimi 8 anni ha favorito il regime nello sviluppo del suo programma nucleare.
La giustificazione più comune del fallimento della politica nei confronti dell’Iran consisteva nel fatto che gli USA facessero prova di scarsa volontà a negoziare direttamente con l’Iran, cosa che apparentemente impediva di fare passi avanti con i mullah. Quando Obama è diventato presidente, c’era molta speranza in Europa. Lo scorso anno ha teso la mano alla leadership iraniana, e ha fissato i termini per l’avvio dei negoziati. Eppure l’Iran ha subito respinto la mano di Obama. I termini del presidente americano sono scaduti senza nessun tipo di “impegno” da parte del Paese.
Poi è stato Washington a fornire altro tempo al regime. La Casa Bianca non è riuscita a creare in breve tempo una coalizione sulla volontà di mettere in atto delle “dure” sanzioni come aveva minacciato di fare. Al contrario, più di tre mesi dalla scadenza dell’ultimo termine imposto dall’amministrazione Obama, queste “dure” sanzioni non sono neppure all’orizzonte. Al massimo potremmo aspettarci che dopo settimane di negoziati all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ci potrebbero essere delle sanzioni molto all’acqua di rose, le quali non riuscirebbero a fermare l’Iran.
L’impegno con l’Iran si basava sulla falsa premessa che i mullah avrebbero risposto alle carote e agito in qualche modo nell’interesse nazionale dell’Iran. In diplomazia c’è una sola cosa più pericolosa rispetto all’errore di rispondere fermamente alle minacce alla sicurezza internazionale, ed è minacciare per rispondere fermamente, ma sbagliando a portare a termine le cose. Il regime iraniano ora sa, ammesso che prima avesse avuto dei dubbi in proposito, che la comunità internazionale manca di coraggio o di convinzione per far fronte al suo programma nucleare.
Un motivo per cui i nostri leader hanno portato avanti delle politiche accomodanti nei confronti dell’Iran negli ultimi dieci anni risiede nel fatto che sostenevano, a torto, che l’unica alternativa fosse un attacco militare contro il regime. Eppure delle dure sanzioni potrebbero aver avuto e avere ancora un’utilità. Ovviamente, un attacco militare all’Iran sarebbe devastante per i suoi 70 milioni di abitanti, ma permettere al regime di creare armi di distruzione di massa potrebbe, in ultima analisi, essere ancor più devastante per l’Iran e l’intera regione se questo scatenasse una guerra più grande. Impegnare i mullah avrebbe avuto come unica conseguenza la loro legittimazione e l’allargamento del loro terribile dominio.
E’ il momento per l’Europa e gli Stati Uniti di raddoppiare gli sforzi, in modo da creare una coalizione più ampia possibile per imporre delle dure sanzioni che rappresenterebbero un’opportunità per cambiare l’atteggiamento del regime. Di uguale importanza sarebbe il sostegno politico all’opposizione e ai milioni di iraniani coraggiosi che marciano lungo le strade a chiedere cambiamento e democrazia. I summit a Washington vanno bene, ma l’Iran si sta muovendo più velocemente di loro. Quindi faremmo meglio a sbrigarci.
Vidal-Quadras, professore di fisica nucleare, è il vice presidente del Parlamento Europeo.
