martedì, Novembre 29, 2022
HomeNotizieResistenza Iraniana“La strage dei prigionieri iraniani non è ancora stata raccontata”, dice un...

“La strage dei prigionieri iraniani non è ancora stata raccontata”, dice un ex-detenuto politico

CNRI – L’ex-detenuto politico iraniano Mostafa Naderi ha descritto le sue esperienze nelle famigerate carceri dei mullah in un’intervista alla TV Al Arabiya.

Naderi, che ha passato 10 anni nelle camere della tortura e nei gulag iraniani negli anni ’80, è stato tenuto in isolamento per un totale di cinque anni.

Era stato arrestato a soli 17 anni per il suo sostegno al principale gruppo di opposizione iraniano, l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (Mujahedin-e Khalq, MEK).

Nel periodo trascorso in carcere ha subito le più gravi torture fisiche e psicologiche.

La TV Al Arabiya ha trasmesso l’intervista a Naderi il 7 Agosto 2015. Questa è la traduzione del servizio dall’inglese.

Al-Arabiya TV – 7 Agosto 2015: Prima dell’intervista Mostafa Naderi era tranquillo e in sé. Ha detto solo di voler parlare di ciò che significa essere un detenuto la cui vita non è altro che la prigione.

Mostafa Naderi: Mi chiamo Mostafa Naderi e venni arrestato nella parte settentrionale di Tehran. Frequentavo il mio ultimo anno di scuole superiori quando venni arrestato. Vendevo il giornale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK) ed avevamo anche una bancarella in strada dove distribuivamo e vendevamo cibo ai poveri a prezzi ridotti.

Il giorno del mio arresto scesi dall’autobus nella zona nord di Tehran. Quel giorno arrestarono tutti i ragazzi che erano nell’autobus, in strada e nel quartiere. Mi portarono al Comitato Congiunto in Baharestan Square. C’erano circa 700-800 di noi là, arrestati tutti nello stesso momento.

Ci portarono via per gli interrogatori. Mi frustarono e mi chiesero che stavo facendo in piazza. Gli dissi che stavo andando a casa di un mio amico. Ma loro continuavano a picchiarmi e a dirmi che dovevo rivelare i miei collegamenti con il PMOI (MEK), con i Fedayn (un gruppo marxista iraniano) e con i gruppi di sinistra. Capii che non avevano nessuna informazione su di me e che mi avevano solo arrestato. 

L’accusa fu quella che ci sembrò sospetta. C’erano molti giovani là. C’era questo ragazzo con gli occhiali che dicevano fosse un intellettuale. Oppure arrestavano quelli che avevano libri. Arrestarono anche me perché pensarono che sembravo sospetto. Volevano il mio indirizzo. Gli diedi un indirizzo fasullo. Andarono a controllare. Poi tornarono e mi frustarono. Scoprirono che vendevo giornali e che distribuivo cibo in favore del PMOI (MEK).

Mi trasferirono nella prigione di Evin. Quando entrai ad Evin c’era un albero, c’erano degli alberi ai quali avevano impiccato delle persone e me le mostrarono. Mi ci portarono bendato, poi mi dissero di sollevare un poco la benda. Quando sollevai la benda, vidi diverse persone impiccate. Mi dissero che questa era la prigione di Evin. Ci puoi entrare in verticale (da vivo), ma uscire in orizzontale (da morto). Volevano spaventarmi. 

Fui portato nell’ufficio del procuratore di Evin che era molto affollato. Tutti i detenuti erano bendati e stavano rannicchiati nel corridoio aspettando di essere interrogati. Non potevo vedere ma potevo sentire il suono delle frustate, le grida e capii che stavano torturando molte persone. Restai lì due giorni, bendato.

Alla fine mi portarono dentro per l’interrogatorio ed iniziarono a picchiarmi. C’era un letto basso, da una parte mi ci legarono le mani, mi sollevarono i piedi mentre ero in posizione prona e iniziarono a frustarmi. Dopo circa 60-70 frustate non sentivo più i piedi. Mi vennero delle vesciche che poi si infettarono. Mi tirarono su dal letto e mi dissero di camminare in modo da far diminuire il gonfiore così potevano riprendere a frustarmi.

Gli chiesi perché mi avevano arrestato. Mi dissero che non c’era bisogno che sapessi niente, che loro sapevano tutto quello che c’era da sapere e che io ero là solo per essere picchiato. Mi buttarono fuori dalla stanza. Più tardi, quasi al tramonto, mi riportarono dentro di nuovo e mi dissero di rivelare il mio lavoro con il PMOI (MEK). Io gli dissi che non lavoravo con il PMOI (MEK).

Questa volta, mi legarono le mani dietro la schiena e mi appesero al soffitto. Sentii un gran dolore e una pressione sulle spalle. Mentre ero appeso al soffitto, bendato, potevo vedere da sotto la benda che portavano dentro una donna con lo chador. Iniziarono a torturarla e volevano sapere il suo nome, ma lei non voleva dirglielo. Per il gran dolore alle spalle svenni. Quando rinvenni, vidi che tutti i suoi vestiti erano a brandelli per le frustate e che la sua carne era stata lacerata da ogni frustata. Il mio inquisitore mi picchiò con un cavo per farmi girare in modo che non potessi vedere.

Parte II – Memoria

Mostafa Naderi: Mentre camminavamo nel corridoio ci picchiavano sulla testa con un cavo. Ci molestavano continuamente nel braccio della prigione. Facevano irruzione nel braccio e picchiavano le persone o ne portavano via alcune. Ci dissero che non dovevamo pensare che il nostro interrogatorio fosse concluso.

Volevano farmi fare una falsa confessione di fronte alle telecamere della TV che condannasse il PMOI (MEK) e volevano che dicessi di aver fatto un errore (con le mie attività politiche). Mi rifiutai. Allora mi trasferirono insieme ad altri 65 in un posto che chiamavano “la tana delle vacche”. Era nella cantina. C’erano due buchi con un rubinetto dell’acqua e un WC. Mi tennero là per due mesi e mezzo. Mi davano solo due cucchiai di riso al giorno a mezzogiorno.

Persi 30 kg. e pesavo 35 kg. quando uscii. Molti svenivano dalla fame. Allora noi bussavamo alla porta e gli dicevamo che qualcuno era svenuto. Ci dicevano di metterlo dietro la porta. Noi lo mettevamo dietro la porta perché lo portassero in infermeria, dal dottore, ma loro lo picchiavano e ci dicevano che l’avevano portato dal dottore.

Poi ci chiamarono di nuovo, dopo due mesi e mezzo. Mi chiesero se ero pronto a fare una confessione. Io gli dissi che non avevo intenzione di confessare, dato che non avevo fatto niente.

Ci misero tutti e 65 nel retro di un camion per la carne con un’apertura in cima per far entrare l’aria. Eravamo ammassati là dentro e stavamo in piedi schiena a schiena o faccia a faccia. Stavamo in piedi e con le teste piegate all’indietro ad annaspare per un po’ d’aria e per riuscire a respirare.

C’era un ragazzo basso di nome Davoud, non ricordo il cognome. Quando arrivammo alla prigione di Gohardasht (Rajai Shahr) e le guardie ci dissero di metterci le bende sugli occhi, Davoud cadde. Era morto soffocato perché non aveva potuto respirare per tutta la strada. I prigionieri lo portarono fuori.

Andammo nella sezione 11 di Gohardasht. Ci rimasi per tre anni. Là mi portarono via tutti i miei averi, persino l’orologio, gli occhiali, tutto ciò che avevo tranne i pigiami e le mutande. Ci dissero che quando saremmo andati a fare la doccia avremmo potuto riavere le nostre cose ma che poi avremmo dovuto restituirle. Non c’era nulla laggiù che ci teneva impegnati.

Quando l’intervista è finita Mostafa ha detto di voler aggiungere qualcosa, così abbiamo riacceso la telecamera. 

Mostafa Naderi: La cosa che mi ha profondamente colpito è stata la mia falsa esecuzione. Riuscendo a malapena a controllarsi e a non piangere, ha detto che dopo quella falsa esecuzione non c’era nulla nella vita comune che potesse attirarlo.

 

FOLLOW NCRI

70,088FansLike
1,632FollowersFollow
40,396FollowersFollow