mercoledì, Novembre 30, 2022
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La crisi degli istituti di credito iraniani si è aggravata nelle ultime settimane

di Elaheh Azimfar

Una questione importantissima si è presentata, sotto forma di una grave crisi economica, subito dopo il recente show delle elezioni presidenziali del regime iraniano: la bancarotta degli istituti finanziari e di credito delle Guardie Rivoluzionarie.

Secondo i media del regime, uno degli istituti alla bancarotta è Caspian, insieme a Fereshtegan, una delle sue filiali.

Il vice-Governatore dell’ufficio amministrativo della Banca Centrale del regime, Farshad Heydari, a questo riguardo ha detto: “La solvibilità totale dell’istituto di credito Fereshtegan, compresa di capitale e interessi, viene stimata in 8.600.000 miliardi di toman, appartenenti a 500.000 investitori”. (sito web ufficiale Rokna-Eghtesadi)

Più di cinquemila istituti di questo tipo sono stati autorizzati dalle Guardie Rivoluzionarie e dai funzionari della sicurezza del regime, mentre essi stessi sono responsabili del comportamento fraudolento di questi istituti. Utilizzando diversi trucchi, soprattutto con l’aiuto dei media e delle TV di stato, questi istituti hanno lanciato delle grosse campagne pubblicitarie durate anni, affermando di essere credibili e autorizzati dalla Banca Centrale, guadagnandosi così la fiducia della gente. Caspian ha un totale di due milioni di correntisti, 450.000 dei quali appartengono a Fereshtegan. I tassi di interesse sui depositi pagati dall’istituto variavano a seconda dell’ammontare dell’investimento: il 20% per depositi di 10-20 milioni di toman e fino al 38% per cifre maggiori. Inoltre ci sono 400.000 investitori che hanno depositato meno di 20 milioni, secondo il vice-Governatore della Banca Centrale (stessa fonte).

Questi episodi di bancarotta devono essere visti come parte del totale crollo economico del regime, con particolare riguardo a questi cosiddetti “istituti di credito”, che in realtà sono banche legate soprattutto alle Guardie Rivoluzionarie.

Nonostante queste condizioni critiche, il governo di Rouhani afferma di aver impedito il collasso bancario attraverso l’abbassamento dei tassi di interesse.

Il fatto è che poco dopo la formazione del governo di Rouhani, nel 2013, era stata sollevata la questione dei tassi di interesse, ma questi sono stati applicati solo dopo tre anni, nel 2016.

E’ passato quasi un anno da quando il Consiglio Monetario e Creditizio del regime ha annunciato la sua decisione di coordinare i tassi di interesse con l’inflazione, raggiungendo un accordo con i direttori delle banche su un interesse del 15% sui depositi e del 18% sui prestiti. Nonostante questo, è stato solo la scorsa settimana che il sito web ufficiale Khabar-Online, legato al portavoce della Camera del regime Ali Larijani, ha annunciato che “le banche non hanno rispettato le loro decisioni in questo periodo, ed è per questo che alcune banche a maggioranza privata, offrono ai loro investitori tassi più alti, che a volte arrivano a superare il 20-22%”.

In un articolo dal titolo “Perché è fallita la diminuzione dei tassi di interesse?”, lo stesso sito web parla delle ragioni che hanno portato al fallimento dei tentativi di abbassare i tassi di interesse dicendo: “L’emissione di buoni del governo, con tassi effettivi ben al di sopra del 20%, hanno portato ad una divergenza dei tassi nei due mercati e riportato su i tassi. Inoltre l’aumento delle attività dei finanziamenti a tasso fisso, con tassi di interesse solitamente al di sopra del 20%, ha avuto un altro impatto negativo”. 

Tutto questo ha costretto il Direttore della Banca Centrale del regime, Valiollah Seif, ad ammettere implicitamente, ad Aprile di quest’anno, il fallimento della politica sulla diminuzione dei tassi d’interesse, dicendo: “Tassi di interesse più bassi colpirebbero sia i correntisti che le banche, dato che i correntisti ricevendo meno interessi sui loro depositi tenderebbero a ritirare il loro denaro dalla banca, non avendone più alcun profitto a mantenere lì i loro soldi, mandando così la banca in bancarotta a causa della diminuzione dell’ammontare dei depositi”.

Ma ancor più interessante è che ha proseguito dicendo: “L’unica via d’uscita da questo impasse del sistema bancario, passa attraverso le riforme economiche”, (sito web ufficiale Khabar-Online – 29 Maggio 2017). E’ inutile dire che fare delle riforme nel regime dei mullah, con questa struttura economica corrotta e fraudolenta, sarà praticamente impossibile.

Ma che effetti hanno la diminuzione o l’aumento dei tassi d’interesse sull’economia iraniana in tutto il suo complesso?

La verità è che le economie sane cercano di non aumentare i tassi di interesse più del 2-3% rispetto all’inflazione, dato che altrimenti questo potrebbe portare ad un aumento della liquidità sul mercato da una parte e, dall’altra, ancor più importante, potrebbe distogliere i capitali dalla produzione per portarli verso le banche. Quindi i tassi di interesse vengono mantenuti bassi, così i capitali vanno verso la produzione. Ma dato che il regime dei mullah sta distruggendo la produzione e riempiendo tutti i buchi economici con i proventi del petrolio, le banche, che fondamentalmente sono legate a Khamenei e alle Guardie Rivoluzionarie, stanno facendo ogni sforzo riguardo ai tassi di interesse.

Ma dopo la diminuzione dei proventi del petrolio, dovuta alle sanzioni internazionali e alla caduta del prezzo del greggio, la crisi ha cominciato a venire fuori e questa è una delle ragioni della bancarotta degli istituti di credito e finanziari del regime, dato che la diminuzione della produzione porterà ad una minore crescita economica e ad un aumento della recessione e della disoccupazione.

Un esempio eclatante a questo proposito, dimostra ulteriormente che la questione è legata all’industria automobilistica iraniana, vecchia di 40-50 anni, i cui motivi di arretratezza sono precisati nelle dichiarazioni dell’esperto economico del regime ed ex-capo del Consiglio per la Competizione Jamshid Pazhouyan, il quale ha detto: “Circa quattro decenni fa, l’Iran era ben noto come uno dei pionieri asiatici dell’industria automobilistica… ma a causa di una gestione errata, ora siamo dietro persino alla Turchia e alla Corea del Sud. Quindi, forse sarebbe meglio dimenticarci completamente dell’industria automobilistica ed investire in qualche altra industria”.

Inoltre, tutti i contratti firmati dopo l’accordo sul nucleare, con diversi paesi, come la Francia, per ammodernare ed aumentare la produzione dei veicoli grazie a delle joint ventures, non serviranno a nulla con la recessione, sia in termini di produzione che di vendite, che andranno sempre a diminuire.

Elaheh Azimfar è membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e rappresentante del CNRI per le organizzazioni internazionali

 

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