
“Due anni dopo l’accordo sul nucleare iraniano, la moderazione interna del regime dei mullah si è dimostrata sfuggente e Teheran non ha dimostrato alcuna attitudine ad attuare riforme dall’interno”, asserisce il Professor Ivan Sasha Sheehan dell’Università di Baltimora.
In un editoriale per il New York Daily News di venerdì 14 Luglio, il Prof Sheehan ha scritto:
L’accordo sul nucleare iraniano, noto ufficialmente come Joint Comprehensive Plan of Action, è entrato in vigore da un anno e mezzo, periodo in cui il mondo è stato in grado di valutare l’impatto della sua attuazione ufficiale. Ma ci sono voluti due anni interi per considerare gli effetti dei suoi negoziati, che si sono conclusi il 14 Luglio 2015.
Questi stessi negoziati erano stati promossi dall’allora presidente americano Barack Obama e dai suoi rappresentanti come un mezzo per creare un nuovo status quo diplomatico tra l’Iran e l’Occidente. Si sperava che dopo l’elezione nel 2013 del Presidente Hassan Rouhani, Teheran avrebbe moderato il suo atteggiamento dimostrando collaborazione verso i suo ex-avversari.
Ma la moderazione interna del regime iraniano si è dimostrata sfuggente e Teheran non ha dimostrato alcuna attitudine ad attuare riforme dall’interno.
Il risultato? Le potenze occidentali hanno imparato dall’amministrazione Rouhani la stessa lezione che avevano imparato da Mohammad Khatami, Ali Akbar Rafsanjani, e da altri esponenti iraniani considerati alla stessa maniera dei riformisti degni di un riavvicinamento. La moderazione è un’illusione che Teheran usa per sedurre le sue prede.
Le esecuzioni hanno registrato un’impennata con la presidenza di Rouhani, con la sua amministrazione che ha eseguito un numero allarmante di 3000 impiccagioni durante i quattro anni del suo primo mandato. Gli analisti si aspettano che le violazioni dei diritti umani continueranno quando il presidente inizierà il suo secondo mandato il mese prossimo.
La presidenza Rouhani si è anche distinta per la sua pericolosa continuazione della ricerca sui missili balistici (sviluppo e tests), con prove di una collaborazione con la Corea del Nord, e per un’attività repressiva delle forze di sicurezza del paese ai danni di attivisti, artisti, accademici, giornalisti di chiunque venga accusato di avere legami con l’Occidente. Questi sfortunati trend non hanno mostrato alcun segno di rallentamento nel secondo anniversario dello storico accordo che ha garantito enormi concessioni in cambio di un impegno costruttivo.
Né il comportamento di Teheran a livello regionale ha mostrato segni di miglioramento, con il regime che agisce da forza trainante nei conflitti settari e da parte attiva nelle guerre civili siriana e yemenita.
Mentre le potenze occidentali commemorano l’anniversario dei due anni dai negoziati sul nucleare, è necessaria una politica esaustiva sull’Iran che affronti le carenze del Joint Plan. Gli Stati Uniti devono assumerne il comando, come hanno fatto quando sono iniziati i negoziati sul nucleare, ma questa volta devono guidare il mondo ad affrontare l’Iran sulla natura del suo regime repressivo e fondamentalista, creando una coalizione globale che appoggi un cambio di regime dall’interno.
Per quanto la riguarda, l’amministrazione Trump ha fatto alcuni passi in questa direzione aumentando le sanzioni sul programma sui missili balistici del paese e auspicando l’inserimento nella lista nera dell’organizzazione paramilitare estremista iraniana, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La disponibilità dell’amministrazione Trump ad affrontare Teheran beneficerà di una politica chiara e omnicomprensiva che appoggi pienamente il collasso e la sostituzione del regime.
Le dichiarazioni forti del Segretario di Stato Rex Tillerson, di fronte al Comitato Affari Esteri della Camera, è stato un primo passo in questa direzione: “La nostra politica nei confronti dell’Iran è quella di respingere la sua egemonia (nella regione), limitare la sua capacità di sviluppare, ovviamente, armi nucleari e di lavorare nella direzione di quegli elementi in Iran che porteranno ad una transizione pacifica di quel governo”.
Ora il discorso di Tillerson deve essere sostenuto da dichiarazioni chiare dei funzionari americani, compreso lo stesso presidente, che affermino che la storiella della moderazione interna è scaduta e che la realizzazione delle aspirazioni del popolo iraniano per un cambio di regime è vicina.
Si ritiene da più parti che le sanzioni e le pressioni diplomatiche impiegate dalla Casa Bianca e dal Congresso intendano servire allo scopo del cambio di regime. Se così è, ciò deve essere chiaro, in modo che le parti interessate possano coordinare le loro strategie e affrontare la questione della disponibilità degli “elementi in Iran” a cui Tillerson ha fatto riferimento.
La lobby del regime a Washington vorrebbe far credere ai funzionari americani che questi elementi non esistono, quantomeno nessuno con un’organizzazione e risorse adeguate per cacciare il regime teocratico e sostituirlo con un sistema di governo democratico. Queste false rappresentazioni sono tanto inaccurate quanto ben finanziate.
Queste accuse sono state rivolte all’inizio di questo mese, quando il parlamento in esilio di Teheran, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, insieme al principale movimento di opposizione iraniano, l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, ha tenuto il suo raduno annuale per un cambiamento democratico, a Parigi. Alla conferenza hanno partecipato decine di migliaia di iraniani espatriati e centinaia di politici ed esperti di politica estera di tutto il mondo, che hanno abbracciato la causa del cambio di regime della Resistenza Iraniana.
Nel suo discorso a questo evento, la Presidente del CNRI Maryam Rajavi, ha elogiato la comunità internazionale per aver rifiutato la strategia fallita della “accondiscendenza” che il Joint Comprehensive Plan of Action rappresenta ed ha affermato l’impegno del suo movimento a sostituire la dittatura religiosa iraniana, definendolo un imperativo assoluto e “la soluzione ultima alla crisi nella regione”.
Maryam Rajavi ha precisato ciò che gli esperti iraniani sanno da molto tempo:
1) La vulnerabilità di Teheran, la sua impopolarità interna e l’isolamento internazionale fa sì che il suo rovesciamento sia vicino.
2) Tutto questo può essere conquistato dalla resistenza organizzata e democratica esistente nel paese e che viene guidata sulla scena mondiale dal CNRI.
La Casa Bianca può commemorare il secondo anniversario dei negoziati che hanno portato al Joint Comprehensive Plan of Action, voltando pagina sulla politica fallimentare di Obama, quella della capitolazione nell’interesse delle concessioni e appoggiando le aspirazioni del popolo iraniano per un cambiamento democratico. Lavorando insieme all’opposizione iraniana, per realizzare il cambio di regime a Teheran, i funzionari americani invieranno un segnale e cioè che sono pronti per la caduta del regime e per una transizione democratica, mettendo in guardia l’Iran sul fatto che una nuova politica sull’Iran è stata abbracciata.
Il Prof. Ivan Sasha Sheehan è Direttore dei programmi di laurea in Affari Globali, Sicurezza Umana e Negoziati e Gestione dei Conflitti nella Corso di Affari Pubblici e Internazionali dell’Università di Baltimora.
