mercoledì, Febbraio 1, 2023
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L’ex giocatore HASSAN NAYEB-AGHA: “Ma il regime dei mullah ci ruba anche il calcio”

Il nazionale nel Mondiale 1978 e leader dell’opposizione in esilio: “Mi hanno ucciso compagni e familiari: la dittatura teme il gioco”

FILIPPO CONTICELLO

LA GAZZETTA DELLO SPORT MERCOLEDÌ 18 GIUGNO

Possono ucciderli, i calciatori, ma non ammazzeranno il calcio, Mai. In Iran il regime non c’è riuscito neanche nell’83, quando obbligò «un campione del popolo» a entrare in campo con un ritrattone di Khomeini: Habib Khabiri, difensore e capitano della nazionale, si rifiutò. Lo gettò a terra e per il sacrilegio fu torturato fino alla fucilazione.

Aveva 29 anni e lo piange ancora il compagno più fidato: piedi buoni e stessa voglia di libertà, Hassan Nayeb-Agha giocava da mediano. Ha visto morire pure due familiari, ma è fuggito in tempo per salvare la pelle e laurearsi in sociologia negli Usa. Da decenni è tra i leader dei Mujahedin nel Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e passa le giornate a parlare di calcio e diritti umani.

Tifo la mia nazionale. Ma solo se troveremo la libertà, potremo vincere

Nayeb-Agha, che rapporto c’è tra calcio e società in Iran ?

«Il popolo lo ama, riempie gli stadi: ha passione, ma non libertà. I mullah così ci rubano il gioco, nominano pasdaran, che nulla sanno di calcio, come capi federali. Per loro era un “gioco imperialista”, ora spendono miliardi per finanziarlo, lo usano solo per continuare questa dittatura brutale».

In fondo, il calcio spaventa?

«Li terrorizza. Le manifestazioni sono soppresse, ma il calcio avvicina la gente, è uno sfogo. Nel 1998 in Francia più di 30.000 iraniani cantavano contro il regime. Ecco l’inarrestabile forza che spaventa anche Rouhani: con lui le esecuzioni sono raddoppiate».

Campione e rivoluzionario: ci parli della sua storia.

«C’ero all’Olimpiade di Montreal ‘76 e al Mundial ‘78 quando perdemmo con l’Olanda. Speravamo che la cacciata dello Scià portasse democrazia, invece il fanatismo ha ucciso 120.000 connazionali, centinaia di sportivi. Non solo Khabiri, mio migliore amico che con un gol ci portò in Argentina. Anche Ala Koushali del Perspolis e della nazionale. O Nazanin Azimzade, 19 anni e un talento per la ginnastica. Poi tanti, tanti altri ancora».

Cosa possono fare l’Occidente e la Fifa adesso?

«A guardarci giocare in Brasile sembra tutto normale, ma siamo al Medioevo: dovrebbero imporre il rispetto delle norme internazionali, proibendo l’esibizione del regime».

In Brasile tifa la maglia che un tempo indossava?

«Certo, vorrei che l’Iran stupisse. Un buon giocatore è Andranik Teymurian, cristiano come il mio compagno Andranik Eskandarian. Ma il calcio è libertà e, solo quando la ritroveremo, potremo vincere».

 

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