domenica, Dicembre 4, 2022
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L’Ambasciatore Ereli: “Considerare seriamente un cambio di regime in Iran”

In questo articolo pubblicato su The Hill il 3 Ottobre, l’ex-ambasciatore americano nel Bahrein e vice-portavoce del Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Bush, Adam Ereli, ha proposto in maniera accurata 5 raccomandazioni concrete per una nuova politica sul nucleare iraniano. Quello che segue è il testo completo dell’articolo.

Due anni dopo: 5 raccomandazioni per una nuova politica sul nucleare iraniano

A due anni dall’accordo sul nucleare iraniano, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), è ormai chiaro che né il popolo dell’Iran né la regione se la passano meglio.

La politica dell’impegno della precedente amministrazione, non è riuscita ad affrontare le violazioni dei diritti umani, l’aggressione regionale, un programma missilistico in pieno sviluppo e l’esportazione del terrorismo, tutte cose che stanno paralizzando la stessa popolazione dell’Iran.

Il Presidente Trump ha assunto il suo incarico come una forza per il cambiamento. Ecco cinque modi in cui può cambiare la solita cultura politica di Washington e rispondere positivamente alle lunghe sofferenze del popolo iraniano che vuole un cambiamento:

Proteggere gli iraniani democratici

Con la firma del JCPOA, i P5+1 (vale a dire i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania), hanno scelto di dare fiducia ad un regime che si vanta di ingannare l’Occidente, invece che al popolo iraniano, universalmente noto per essere filo-occidentale e anti-regime. Il Presidente Trump durante il suo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU di questo Settembre ha ammesso:

“Il mondo intero comprende che la brava gente dell’Iran vuole cambiare e che, oltre alla vasta potenza militare degli Stati Uniti, è il popolo iraniano che i suoi leaders temono di più. Questo è ciò che porta il regime a porre restrizioni all’accesso ad internet, a distruggere le parabole satellitari, a sparare su studenti indifesi che protestano e ad imprigionare i riformisti politici”.

Invece di proteggere il popolo iraniano, il JCPOA ignora le sue aspirazioni e le sue sofferenze ad un costo terribile. L’accordo non fa nulla per rallentare i continui arresti e le esecuzioni di massa, per non parlare dei continui tentativi del regime di nascondere i suoi impianti nucleari. Smettiamo di dare ai mullah il via libera per uccidere il popolo iraniano.

Combattere l’ingerenza iraniana

Il JCPOA non ha fatto nulla per impedire la violenza, il terrorismo e le deportazioni che l’Iran esporta verso i suoi vicini. A due anni dalla firma del JCPOA, i P5+1 hanno ignorato l’espansione dell’influenza iraniana in Yemen, Siria, Iraq e Libano. La credibilità occidentale verso i suoi alleati nella regione alla fine ne ha sofferto, le prospettive di una miriade di attori regionali è aumentata e il regime iraniano si è sentito incoraggiato. Un accordo che ignora le incursioni extraterritoriali dell’Iran, le armi chimiche e il terrorismo non è un accordo, è una capitolazione.

Esseri duri sui missili balistici

Un elemento essenziale di qualunque programma nucleare è la capacità di trasportare testate nucleari con i missili. Mentre il JCPOA è riuscito ad interrompere i progetti relativi al ciclo del combustibile nucleare per 10 (ora 8) anni, i test sui missili balistici sono rimasti senza controllo.

Il Presidente Trump ha affrontato la questione dei continui sviluppi del programma missilistico iraniano dicendo: “Non possiamo permettere ad un regime assassino di continuare queste attività destabilizzanti mentre costruisce missili pericolosi e non possiamo rispettare un accordo che preveda una futura realizzazione di un programma nucleare”.

Smettere di finanziare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC)

Il JCPOA ha svincolato miliardi di dollari di patrimonio congelato in favore dell’Iran, aprendo le porte ad accordi del valore di altri miliardi di dollari. L’IRGC e la sua forza Quds, la scelta militare iraniana per la diffusione del terrorismo, controllano un impero finanziario che comprende praticamente il 40% del totale dell’economia iraniana. Uno stimato 80% dei profitti degli accordi appena firmati, andrà a diretto beneficio del regime al potere, non del popolo iraniano, con la forza Quds come il più probabile grosso vincitore.

Lo scorso Agosto, il Congresso ha approvato all’unanimità la H.R. 3364, che sottopone a sanzioni l’IRGC, in base all’Ordinanza Esecutiva 13224 emessa dal Presidente George W. Bush. Gli Stati Uniti devono applicare immediatamente e rigidamente questa legge, con tolleranza zero verso qualunque violazione.

Considerare seriamente un cambio di regime

L’Iran resterà una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati finché il regime teocratico resterà al potere. Se gli Stati Uniti vogliono seriamente un cambio di atteggiamento da parte dell’Iran, devono considerare un cambio di regime. Il Segretario di Stato Tillerson e il Segretario alla Difesa Mattis hanno parlato pubblicamente del fatto che la politica americana si sta muovendo in questa direzione.

Anche i principali partners regionali stanno sempre più parlando di questa questione. L’Arabia Saudita, l’opposizione siriana, l’Egitto, lo Yemen e l’Autorità Palestinese hanno tutti inviato delegazioni ufficiali alla conferenza dei circa 100.000 sostenitori dell’opposizione iraniana a Parigi. Nel suo discorso alla conferenza, l’ex-capo dell’intelligence saudita e ambasciatore negli Stati Uniti, il Principe Turki bin Faisal bin Abdulaziz al Saud ha detto: “Il comportamento del regime di Teheran non lo rende un sistema democratico, ma una dittatura assassina”.

Il Principe ha chiesto a tutti i settori della società iraniana di liberarsi dal potere del velayat-e faqih (il dispotismo teocratico). Il riferimento del Presidente Trump al “regime assassino” di Teheran che “non può durare per sempre”, è stato preciso.

Se il Presidente Trump sta cercando un vero cambiamento, le circostanze sono propizie e ora è il momento.

L’Ambasciatore Adam Ereli è stato ambasciatore degli Stati Uniti nel Bahrein e vice-portavoce del Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Bush.

 

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