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Iraq, l’ultima battaglia dei mujaheddin iraniani di campo Ashraf

Imagedi Gabriel Bertinetto

l'Unita', 7 settembre 2009 – «Ed ora, se non le spiace, preferirei fermarmi. Mi gira la testa, non mi sento bene». Al telefono sembra svanire in un soffio la voce di Ali Ehsani, oggi al quarantaduesimo giorno di sciopero della fame. Sopravvive, dice, bevendo acqua e té zuccherato. Lui cos? come buona parte dei 3400 Mujaheddin del popolo, che vivono a Campo Ashraf, enclave iraniana nel cuore dell’Iraq. Tutti connazionali ma acerrimi nemici della Guida suprema Ali Khamenei e di Mahmoud Ahmadinejad.

Digiunano per protestare contro l’attacco subito il 27 luglio scorso dalla polizia irachena che voleva assumere il controllo del campo. L’aggressione fu respinta ma 11 residenti rimasero uccisi, centinaia feriti. Trentasei vennero arrestati e trasferiti nella vicina Khalis. Un tribunale li ha processati ed assolti, ma restano in carcere su ordine del governo di Baghdad. Sono stati quei 36 ad iniziare lo sciopero della fame, subito imitati dai compagni rimasti ad Ashraf. Tre, Mehdi Zare, Moshfegh Kongi e Rahman Heydari, versano in condizioni gravi.

Una vicenda complicata quella dei Mujaheddin del popolo. Arrivarono in Iraq nel 1986. All’epoca erano ospiti di Saddam e armati fino ai denti. Ashraf era la base per organizzare la lotta armata contro le forze dei teocrati di Teheran. «Azioni difensive, svolte unicamente nelle aree di confine», dicono i Mujaheddin. Ma molti contestano loro la patente di eroi della resistenza anti-khomeinista. Di fatto, dicono, erano al servizio del regime baathista, che li usava non solo contro l’esercito nemico nella guerra Iran-Iraq, ma anche per campagne repressive contro curdi e sciiti, avversari interni di Saddam.
Pagine di storia, recente e controversa. Il presente inizia con il 2003, quando il rais viene rovesciato dall’invasione Usa. I Mujaheddin rimangono neutrali, e in premio Bush consente loro di restare ad Ashraf e autogestirne il funzionamento. Ma devono consegnare le armi e non possono uscire se non autorizzati dagli americani, responsabili della sicurezza interna ed esterna.
Erano una spina nel fianco della Repubblica islamica, sono ridotti ad un aculeo spuntato.

Eppure Teheran li teme, insiste perché il campo sia chiuso e i suoi abitanti rimpatriati o dispersi nel mondo. Washington resiste, immaginando che i leader iraniani cerchino vendetta ed annientamento. Baghdad, dove oggi è insediato un governo amico dell’Iran, si fa meno scrupoli. La situazione precipita quando il graduale passaggio di poteri dagli americani agli iracheni impone il trasferimento a questi ultimi della sovranità su Ashraf. Gli americani restano come osservatori e garanti. Le intese prevedono che il controllo del campo passi agli iracheni, ma i Mujaheddin si oppongono e quando la polizia locale tenta di entrare a forza, una barriera umana impedisce lo sfondamento.

E il 27 luglio. In quel muro vivente c’è Ahmad Foroughi. «Li ho visti arrivare armati di bastoni, mentre tutt’intorno sentivo esplosioni e vedevo un gran fumo -racconta-. Han tentato di trascinarmi via. Non ci sono riusciti, ma mi hanno rotto il braccio sinistro». Ahmad è indignato per il comportamento dei soldati americani. «Erano l?, hanno visto tutto, e non sono intervenuti. Si limitavano a filmare i pestaggi. Gridavamo loro di fare qualcosa. Stavano zitti. Tiravano su i finestrini delle auto e si spostavano più in là».

Gli abitanti di Ashraf chiedono il rilascio dei 36 compagni che definiscono «ostaggi» e l’invio di una squadra internazionale con mandato Onu per assicurare la propria incolumità. Temono che la polizia irachena torni all’assalto. Il loro portavoce Farhang Sadegh ritiene che «stia solo aspettando il momento buono per completare l’opera». «Il nostro status è quello di persone protette secondo la Convenzione di Ginevra -aggiunge Sadegh-. Non è vero che respingiamo l’autorità irachena, ma esigiamo che la polizia fissi le sue postazioni agli ingressi del campo e non oltre. Avevamo negoziato a lungo con loro proprio su questo punto. Eravamo pronti a ritirarci da un edificio accanto al cancello principale e da quattro torri di guardia. Ma loro vogliono stare dentro e noi non ci fidiamo».

Dentro in realtà sono riusciti a penetrare, almeno in parte. Hanno occupato il cimitero, la stazione per la purificazione dell’acqua, uno dei viali principali e una piazza intitolata alla città italiana di Cuneo, con cui Ashraf è gemellata. La vita nel resto del campo, che si estende su 36 chilometri quadri, prosegue in un clima di enorme paura, come racconta dal suo letto d’ospedale Sharzad Rahimi, che negli scontri ha subito la frattura di una gamba. «Come donna, sono particolarmente spaventata. Li ho sentiti bene durante l’attacco, quegli agenti in divisa che minacciavano: prima uccideremo gli uomini, poi penseremo a violentarvi». Parlavano in perfetto farsi, ricordano gli aggrediti. «Sospettiamo che nonostante l’uniforme irachena, alcuni di loro fossero pasdaran della brigata Qom, i più feroci scherani del regime di Teheran», commenta Sadegh. Dei 3400 abitanti di Ashraf, mille sono donne. Di giorno le due comunità partecipano alle stesse attività, di studio e di lavoro. Di notte si ritirano nei rispettivi settori. Un tempo c’erano famiglie e bambini. Ma a partire dal 1991 dopo la sconfitta di Saddam nella guerra del Golfo, sono iniziati i bombardamenti dal territorio iraniano e per prudenza sono stati allontanati i minorenni.

Lo sa bene Sharzad, che viveva ad Ashraf con i figli Mustafa e Moneer, il primo nato in Iran, la seconda negli Usa dove la donna si era rifugiata in seguito all’assassinio del marito mujaheddin. «Avevano 8 e 4 anni quando ho dovuto con il pianto in cuore mandarli via da qua. Oggi hanno 26 e 22 anni, vivono in California con la nonna. Non li ho più rivisti. Li sento qualche volta al telefono, e mi ha commosso un giorno sentire le parole di Moneer: capisco la tua scelta mamma, mi sforzo di accettare la situazione».

Shahrzad ha studiato a Washington. Ha una laurea in ingegneria e ad Ashraf si occupa della manutenzione dei macchinari in alcuni edifici. Se emigrasse, saprebbe dove andare ad abitare, non avrebbe problemi a procurarsi un lavoro, ritroverebbe i suoi cari. Inevitabile chiederle perché non se ne va. A che serve restare ad Ashraf, che era una base politico-militare, è diventata per qualche tempo una prigione di lusso, ed ora rischia di trasformarsi in una trappola mortale? Non avete più spazio di manovra, perché non accettate l’offerta di emigrare? «Sono venuta qui vent’anni fa per contribuire alla libertà del mio Paese -risponde Shahrzad-. L’unico posto dove andrei è l’Iran, se ottenessimo garanzie scritte di non finire in carcere o sulla forca». Similmente Ahmad: «Ce n’è già abbastanza di iraniani dispersi nel mondo. Io ho vissuto in Italia fino al 1998, prima come studente, poi come rappresentante della resistenza. A un certo punto ho deciso di lasciare tutto e venire qui, avamposto della lotta di liberazione. Se la nostra permanenza è inutile, per quale motivo il regime si sforza tanto di cacciarci? Ashraf è un luogo simbolico, la dimostrazione vivente che l’opposizione al regime esiste». Ali, prima di interrompere la conversazione, vinto dalla debolezza del digiuno, citava Emiliano Zapata: «Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio».
07 settembre 2009

 

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