DA: MAG. GEN. (RET.) PAUL VALLELY | ALIREZA JAFARZADEH
Fonte: Middle East Times
TENERE LE MANI IRANIANE LONTANO DA ASHRAF – Le vite di 3.500 oppositori iraniani rifugiati presso il Campo Ashraf in Iraq (vedi ubicazione sulla mappa) non devono essere messe a repentaglio. Gli Stati Uniti devono assumere un ruolo centrale ed evitare il trasferimento di Ashraf alle forze di sicurezza irachene.
"Temiamo che andrà a finire come quanto accaduto a Srebrenica," ha dichiarato una donna iraniana il cui fratello ed un certo numero di membri appartenenti alla sua famiglia risiedono nel Campo Ashraf, un’area a circa 60 km a Nord di Baghdad, dove più di 3.500 esuli, membri del principale gruppo di opposizione iraniano, l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo iraniano (PMOI), e le loro famiglie vivono dal 1986.
Questa giovane donna e decine di altri americani di origine iraniana le cui famiglie risiedono ad Ashraf protestano davanti alla sede centrale delle Nazioni Unite a New York dal mese di settembre. Preoccupati dal possibile trasferimento della tutela del Campo Ashraf dal personale U.S.A. alle forze di sicurezza irachene, hanno dichiarato: "è come mettere la volpe a guardia del pollaio."
L’influenza iraniana in Iraq è enorme. Le istituzioni governative iraniane sono fragili e le sue forze di sicurezza pesantemente infiltrate dai mercenari iraniani dei quali le forze della colazione hanno ben documentato gli atti terroristici. Come si può essere ragionevolmente fiduciosi verso tale piano?
Il trasferire la tutela di questi rifugiati alle forze di sicurezza irachene incoraggerebbe senza alcun dubbio i mullà ad assumere il controllo diretto del Camp Ashraf, situato solo a 45 km di distanza dal confine iraniano. Teheran ha finora evitato di condurre attacchi missilistici interfrontalieri per la presenza delle forze americane.
Rapporti della stampa iraniana riferiscono che alcuni membri del regime sono intenzionati a mettere in atto il massacro dei membri dell’PMOI che risiedono ad Ashraf. Le autorità iraniane hanno ripetutamente chiesto l’estradizione di tutti i residenti, persino prima che le voci di un loro possibile trasferimento diventassero di dominio pubblico.
L’intera questione costituisce una chiara violazione del diritto internazionale, in particolare della IV Convenzione di Ginevra che all’art. 27 recita: "Gli individui sotto tutela hanno diritto, in ogni circostanza, al rispetto della persona, dell’onore, dei diritti inerenti la famiglia, delle convinzioni religiose, degli usi e dei costumi…" Inoltre, il Principio del “Non Respingimento”, “jus cogens” del diritto internazionale, proibisce in modo assoluto l’espulsione di un rifugiato in un’area in cui la persona potrebbe essere soggetta a persecuzione.
In una intervista rilasciata il 4 settembre, l’allora Comandante Generale della Forza multinazionale in Iraq, David Petraeus, ha ribadito l’importanza delle leggi internazionali che inequivocabilmente pongono la responsabilità della tutela del Campo Ashraf a carico del Comando americano e delle Forze della coalizione e pertanto del governo degli Stati Uniti, sottoscrittore delle leggi internazionali, e maggiore forza di occupazione.
Ma, nello stesso tempo, Petraeus ha dichiarato che il trasferimento avrebbe avuto luogo dopo adeguate garanzie da parte del governo iracheno e delle principali organizzazioni internazionali.
La storia ci insegna che tali garanzie non sono credibili. Un esempio di ciò è dato dal ritorno dei rifugiati dallo Zaire in Rwanda e dalla chiusura delle frontiere dal parte del governo della Tanzania all’apice del cosiddetto "esodo di massa", trasformatosi nel massacro di un numero indicibile di persone innocenti.
In Iraq non è stata raggiunta una adeguata stabilità, in particolare l’indipendenza dalle interferenze iraniane. Pertanto, è onere delle Forze della coalizione, del Comando Generale della Forza multinazionale in Iraq, degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite e di tutti i membri della Coalizione di rispettare il diritto internazionale che definisce lo status dei residenti di Ashraf come "persone tutelate." Tutti questi sono obbligati a evitare un massacro che porterebbe ignominia alle democrazie che sostengono i diritti umani e lo stato di diritto in quella regione.
Sono troppo recenti nella memoria le numerose atrocità per prendere alla leggera questo problema. Atrocità che si sarebbe potuto evitare se fossero state adottate misure preventive urgenti da parte di coloro che avrebbero potuto fermarle. Ci guardiamo indietro con sgomento. Se solo le autorità competenti avessero prestato attenzione alle istanze di uomini, donne e bambini innocenti, invece che a quelle degli esperti che stavano negoziando o concludendo affari con gli esecutori.
Le vite di 3.500 rifugiati ad Ashraf non devono essere messe in pericolo. Gli Stati Uniti in particolare hanno un ruolo cruciale e devono adottare tutte le misure necessarie per evitare che il trasferimento di Ashraf alle forze di sicurezza irachene abbia luogo.
E in ultima analisi, fare ciò è anche nell’interesse degli Stati Uniti. Nel mese di agosto, il tenente generale Raymond Odierno, recentemente promosso Comandante della Forza multinazionale in Iraq, ha riferito che il 75% degli attacchi che feriscono o uccidono gli americani in Iraq sono commessi da milizie sciite addestrate, armate e istituite dal regime iraniano. Durante la sua apparizione a Capital Hill, il generale David Petraeus ha definito l’influenza di Teheran nella regione come "nociva."
Secondo le forze militari americane, dal 2003, il PMOI ha svelato molte delle cospirazioni terroristiche iraniane in Iraq, salvando così le vite di innumerevoli iracheni e americani. Il 10 giugno, il PMOI ha rivelato che il regime iraniano spende 2,5 miliardi di dollari l’anno per le interferenze che esercita in Iraq e fornisce alle milizie l’80% delle armi utilizzate contro le Forze della Coalizione.
L’ex primo ministro del Regno Unito Neville Chamberlain sarà per sempre ricordato per le sue storiche parole "pace per il nostro tempo" pronunciate il 30 settembre 1938 in merito all’Accordo di Monaco. La storia ha ricordato le orribili conseguenze di quel malaccorto tentativo di rabbonire un regime tirannico determinato all’espansione. Gli Stati Uniti e i suoi alleati devono inviare un segnale chiaro all’Iran e anche all’Iraq secondo il quale essi non permetteranno agli ayatollah di entrare in possesso di armi nucleari, né di dominare l’Iraq, o di perseguire in qualsiasi altro modo il loro programma di aggressione. Ashraf rappresenta il luogo morale e legale dove esercitare il diritto internazionale come limite invalicabile. Ed è questa la cosa giusta da fare.
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Paul E. Vallely (MG, U.S. Army Ret) è il presidente di Stand Up America USA; Alireza Jafarzadeh è l’autore di "The Iran Threat: President Ahmadinejad and the Coming Nuclear Crisis." (Palgrave, 2008)
