
Una grave e profonda crisi abitativa sta spingendo milioni di iraniani sull’orlo del baratro, rendendo persino un alloggio di base un lusso irraggiungibile. Eppure, questa non è una crisi economica naturale. È una crisi progettata ad arte, il risultato diretto di un sistema politico-economico corrotto in cui l’alloggio è stato trasformato da necessità umana a strumento di arricchimento e controllo da parte del regime al potere. Le conseguenze sociali sono devastanti e portano alla sistematica frammentazione del tessuto sociale iraniano.
Il costo umano di un fallimento sistemico
La realtà nelle città iraniane è cruda. Secondo un rapporto dell’agenzia di stampa ILNA del 1° novembre 2025, il prezzo dell’affitto di un letto singolo in una stanza condivisa nel centro di Teheran è salito a una cifra compresa tra 6 e 7 milioni di toman al mese. Per un lavoratore che percepisce il salario minimo, questo significa rinunciare a metà del proprio reddito mensile per un semplice posto dove dormire.
I dati ufficiali del Centro Statistico iraniano confermano la gravità della crisi. Nelle aree urbane dell’Iran, l’alloggio assorbe in media il 43,7% del bilancio familiare. Nella capitale, Teheran, questa cifra sale a un impressionante 59,9%. Per i lavoratori dipendenti e i pensionati del Paese, la situazione è ancora più grave. A Teheran, il loro reddito di base è spesso interamente assorbito dai costi dell’alloggio, con una quota che raggiunge il “100% o anche di più”, costringendoli a indebitarsi o a cercare un secondo lavoro solo per sopravvivere. Questa crisi non si limita alla capitale; in alcune altre città, l’alloggio divora dal 60 al 70% del reddito di un lavoratore.
L’architettura della corruzione
La radice di questa crisi non è nella mancanza di risorse, ma in un sistema progettato per l’accumulo, non per l’abitazione. Secondo gli analisti intervistati dall’ILNA, l’inaccessibilità economica degli alloggi può essere ricondotta a una serie di deliberati difetti strutturali:
1- Perché le case sono costose? Perché i terreni sono costosi.
2- Perché la terra è costosa? Perché la sua offerta è monopolizzata da “istituzioni specifiche”.
3- Perché queste istituzioni non rilasciano la terra? Perché la terra è considerata un bene capitale con valore politico.
4- Perché il governo non riesce a controllare tutto questo? Perché il governo stesso è un attore chiave del mercato e trae vantaggio dai prezzi elevati.
5- Perché questo ciclo non si interrompe? Perché la politica abitativa è dettata dagli interessi a breve termine e dalla ricerca di rendite da parte di potenti fazioni all’interno del regime.
Questo ciclo di corruzione fa sì che le città iraniane diventino dominio di coloro che si arricchiscono attraverso “la ricerca di rendite, il lavoro improduttivo, la speculazione e la vicinanza ai detentori del potere”.
Un paradosso crudele: milioni di case vuote
La prova più schiacciante di questa crisi artificiale è il fatto che, secondo le statistiche ufficiali, oltre 2,5 milioni di case in tutto l’Iran sono vuote. Ciò conferma che il problema non è una carenza fisica, ma una crisi di proprietà e accesso. Le case vengono accumulate come beni speculativi dai ricchi e da influenti politici e il loro valore aumenta di giorno in giorno, mentre le famiglie comuni vengono sfrattate o sfollate.
Questo processo di sfollamento è diffuso. Un operaio in pensione, che ora lavora come autista per un’app di ride-sharing per sbarcare il lunario, ha spiegato come la sua famiglia sia stata costretta a lasciare Teheran dopo generazioni. “Abbiamo vissuto a Teheran per decenni”, ha detto all’ILNA, “ma ora sono stato costretto a trasferirmi ad Andisheh per un affitto, e anche lì pago 11 milioni di toman al mese… Questa città non è più il nostro posto”. Milioni di persone vengono spinte in città satelliti male equipaggiate costruite dallo Stato, descritte dagli iraniani come “ghetti costruiti dal governo”.
Crollo sociale deliberato
Le conseguenze di questa politica vanno ben oltre le difficoltà economiche. La crisi abitativa è un attacco diretto alla famiglia, l’unità fondamentale della società iraniana. Taher Heydari, un attivista per i diritti dei pensionati intervistato nel rapporto dell’ILNA, ha avvertito: “La crisi abitativa è una crisi di insediamento, e insediamento significa stabilità, sicurezza psicologica, memoria e radici. Non dimentichiamo che quando non c’è una casa, anche la ‘società’ va in pezzi”.
Le famiglie sono intrappolate in “vite instabili”, costrette a trasferirsi ogni anno. Questo continuo sconvolgimento significa che i bambini perdono la scuola e le relazioni sociali, e i legami con la comunità vengono recisi. Di fronte a questa disintegrazione sociale, la risposta del regime è stata una serie di promesse vuote. Per oltre un decennio, numerosi comitati e iniziative guidati dallo Stato per “alloggi per i lavoratori” non sono riusciti a costruire una sola casa per i lavoratori. È, come osserva il rapporto, “una landa desolata senza fine”.
La crisi immobiliare in Iran non è un incidente; è il risultato deliberato di un sistema cleptocratico che privilegia l’arricchimento di un’élite corrotta rispetto al benessere del suo popolo. Monopolizzando la terra, manipolando il mercato e accaparrandosi le risorse, il regime ha trasformato un bisogno umano fondamentale in uno strumento di oppressione. La sofferenza di milioni di persone non è una sfortunata conseguenza, ma una caratteristica fondamentale di questo sistema. Una soluzione autentica a questa profonda crisi, che minaccia di lacerare il tessuto stesso della società iraniana, rimane impossibile sotto l’attuale regime.
