domenica, Dicembre 4, 2022
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Iran: Nella Repubblica Islamica aumentano le condanne a morte. Altre sei impiccagioni

Iran, della moratoria non si parla
Sei esecuzioni capitali nel carcere di massima sicurezza di Evin. Sospesa la sorte di Raheleh Zamani, condannata per uxoricidio

di Dimitri Buffa

ImageL´Opinione, 20 dicembre – All’alba di ieri, nel famigerato carcere di Evin di Teheran, sono stati consegnati al boia cinque uomini e due donne, entrambe condannate a morte per aver ucciso il marito. E’ questo il primo effetto sul regime degli ayatollah della tanto propagandata moratoria contro la pena di morte votata ieri dall’Onu. Altro che “moral suasion”.

Magari funzionerà con gli Stati Uniti, che pur avendo votato contro probabilmente rispetteranno le consegne politically correct, costretti come saranno a farlo dalla Corte Suprema. Con l’Iran però l’effetto del giorno dopo è stato questo. La notizia è trapelata grazie al lavoro certosino della famosa giornalista dissidente Asieh Amini che proprio ieri mattina era stata interrogata in merito ai propri articoli dal tribunale rivoluzionario iraniano. Non sono stati ancora diffusi i nomi degli altri prigionieri uccisi perché il regime teme le reazioni internazionali dopo la storica votazione all’Onu. Anche l’Ansa che pure ha dato in breve la notizia non è riuscita a ottenere i nominativi delle persone. Quindi il regime prende tempo in attesa che siano i blog dei dissidenti iraniani a farci conoscere le identità e le storie di questi “giustiziati”. Si sa in compenso che è stata sospesa l’esecuzione di una delle due donne, un certa Raheleh Zamani, anche lei condannata a morte per uxoricidio.

Adesso la comunità degli esuli iraniani si sta mobilitando per salvarle la vita. Di Rahele si sa solo che ha ucciso il marito qualche mese fa dopo averlo sorpreso a letto con l’amante. La donna ha due figli piccoli di tre e cinque anni, ma sembra ancora poco probabile che il regime decida di commutare la pena in carcere a vita. Secondo la shar’ia infatti questo dipende dai parenti della vittima. Alcuni giorni fa Raheleh aveva scritto una lettera ai suoi ex suoceri chiedendo il loro perdono per amore dei loro nipoti. Diceva nella sua missiva che “è dal giorno dell’arresto che non vede più i suoi figli e di non renderli due volte orfani. Prima con il padre e dopo con la madre”. Le associazioni umanitarie che lavorano in favore delle donne condannate a morte hanno messo in moto una grande campagna a favore di lei e dell’altra donna identificata con il nome di Zahra. Quest’ultima è stata impiccata ieri mentre Raheleh per ora è viva. L’avvocato della donna ha fermato il boia pochi minuti prima dell’esecuzione della sentenza, presentando una lettera dei familiari del marito assassinato, nella quale annunciavano che erano disposti a rinunciare al loro diritto di chiedere l’esecuzione della donna in base alla legge del taglione, in vigore nella Repubblica Islamica. Ma per quanto?

I dissidenti iraniani nei prossimi giorni lanceranno un’iniziativa clamorosa chiedendo di essere ricevuti da Napolitano in persona perché il Capo dello Stato faccia pressione su Ahmadinejad perché sospenda le condanne capitali in Iran, soprattutto dopo l’approvazione della moratoria Onu. Ma, purtroppo, visto quello che è successo ieri all’alba, c’è ben poco da sperare con iniziative diplomatiche di fare breccia dentro al regime canaglia degli ayatollah. Che proprio ieri rilanciava la sua campagna per il “buon costume”: “Le donne che non rispettano lo hijab e i loro mariti meritano la morte”. Parola di Gholam Reza Hassani, rappresentante dell’ayatollah Ali Khamenei nell’Azerbaijan orientale.

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