sabato, Dicembre 3, 2022
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Iran : La “ terza via” di Maryam Rajavi

di Nella Condorelli

ImageArticolo 21- Negli stessi giorni, a Strasburgo, una donna iraniana, Maryam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana in esilio, tracciava il progetto del suo futuro modello di stato davanti all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Un progetto articolato su nove punti: pluralismo politico, libertà d’opinione e di stampa, indipendenza del sistema giudiziario, abolizione della pena di morte, rispetto della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, del Patto Internazionale sui diritti civili e politici e della Carta delle Nazioni Unite, cooperazione internazionale, riconoscimento della proprietà privata e del libero scambio, disarmo atomico.

Nei giorni in cui, a Terhan, Mamhoud Ahmadinejead ha rilanciato la sua sfida nucleare all’Occidente, ripetendo gli anatemi contro Israele che lo accompagnano dal dì della sua elezione a presidente della Repubblica Teocratica Iraniana, la stampa locale ha riportato anche la notizia dell’ennesima manifestazione di protesta femminile contro i divieti imposti dalle autorità.

 
Questa volta si è trattato dell’intervento della milizia civica contro centinaia di ragazze alle quali è stato impedito di entrare nello stadio Azadi, dove stavano per iniziare i Campionati Mondiali di Ginnastica 2006, in virtù di un’ordinanza governativa che reitera il divieto di accesso negli stadi alle donne. I basij hanno disperso la manifestazione con la forza, costringendo tutte le donne ad abbandonare gli spalti, comprese le traduttrici locali delle equipes internazionali e chi aveva lavorato all’organizzazione dei giochi. La scena, continua la cronaca della stampa locale, è stata fotografata anche da numerosi atleti stranieri.

 
Negli stessi giorni, a Strasburgo, una donna iraniana, Maryam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana in esilio, tracciava il progetto del suo futuro modello di stato davanti all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Un progetto articolato su nove punti: pluralismo politico, libertà d’opinione e di stampa, indipendenza del sistema giudiziario, abolizione della pena di morte, rispetto della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, del Patto Internazionale sui diritti civili e politici e della Carta delle Nazioni Unite, cooperazione internazionale, riconoscimento della proprietà privata e del libero scambio, disarmo atomico.
Ma, innanzitutto, un progetto basato su tre assunti politici fondamentali: la separazione tra religione e stato, il voto popolare ( “dal nostro punto di vista, il voto popolare è il solo criterio di legittimità ed è per questo che vogliamo una Repubblica fondata sul voto popolare”), e la parità tra donne e uomini. “Crediamo nella parità totale tra donne e uomini per tutti i diritti politici e sociali, e nell’eguale partecipazione alla direzione politica”, ha detto Rajavi all’Assemblea riunita, “nell’Iran di domani, cacciata la dittatura fascista dei mullah, qualsiasi forma di discriminazione contro le donne sarà abolita, ed esse avranno il diritto di scegliere i loro abiti.”.
 Chi è Marjam Rajavi, e perché la parità tra donne e uomini ha un ruolo così rilevante nel suo programma politico, tale da essere considerato ai primi posti tra “la separazione tra stato e chiesa” e “il diritto ad una repubblica fondata sul voto popolare”?

52 anni, una laurea in ingegneria all’Università di Terhan, musulmana praticante, democratica, una sorella Nargues assassinata nelle prigioni delo Shah, e un’altyra, Massoumeh, in quelle degli ayatollah, avversaria senza tentennamenti della Repubblica Teocratica, del Partito di Dio e della nomenklatura religiosa installatasi al potere dopo le elezioni del 1981, Maryam Rajavi fa parte della generazione del movimento studentesco iraniano che nel 1979 cacciò lo Shah Reza Palhevi da Terhan. Dice di sé, sono una partigiana. Dice del suo popolo, è un grande popolo, paziente e tenace, questa è la nostra forza. Dice della resistenza in esilio, “non chiediamo ai Paesi stranieri né armi né denaro. La Resistenza Iraniana ha il potenziale e gli elementi necessari per portare un cambiamento democratico in Iran. Il nostro obiettivo non è prendere il potere a qualsiasi prezzo, ma garantire la libertà e la democrazia a qualsiasi prezzo.”. 

Una richiesta non nuova. L’anno scorso, quando la teoria americana dell’esportazione armata della democrazia ha fatto soffiare i primi venti di guerra sul collo degli ayatollah, Rajavi ha preso posizione contro qualunque intervento armato, chiedendo il sostegno della comunità internazionale per un Referendum popolare che desse alla gente iraniana la possibilità di autodeterminare il proprio futuro. Fautrice della “Terza via”, ovvero NO alla complicità con i mullah, NO all’intervento esterno, SI all’autodeterminazione popolare, Maryam Rajavi sa di interpretare – grazie anche alla rete di opposizione che il CNRI è riuscito a mantenere viva in patria per ventisette anni, ed al ruolo politico e di coesione rappresentato dalla città di Asraf, sul confine iracheno -, il punto di vista di milioni di suoi concittadini, per non parlare della diaspora in occidente, stretti tra la paura di una guerra disastrosa, l’orgoglio nazionale persiano ed il rifiuto di un regime divenuto tanto impresentabile all’esterno quanto odioso all’interno.

In esilio in Francia da venticinque anni, Maryam Rajavi ha consacrato la sua vita ad un’unica causa: cancellare il velayat e-faghig, la tutela religiosa sui cittadini fondata dal pensiero unico komeinista, e cacciare da Terhan e dall’Iran la gerarchia di religiosi colpevole, dal suo punto di vista, di sostenere la distorsione opportunista dell’islam sciita solo per bramosia di potere. Ma colpevole, soprattutto, del dolore del suo popolo, quello che lei chiama “il destino tragico della gente iraniana”, questo atroce medioevo fatto di frustate pubbliche, di lapidazione, di progressivi imbarbarimento della mente e povertà sociale che accompagna il governo dei mullah. A Strasburgo Rajavi ha confermato l’impegno assunto dal CNRI ad organizzare elezioni libere per un’Assemblea costituente e legislativa entro sei mesi dalla caduta del regime teocratico, e a rimettere la gestione politica  e amministrativa del Paese agli eletti del popolo.

 
 Eletta presidente del CNRI nel 1993, da 530 delegati in rappresentanza degli undici partiti che lo compongono, Marjam Rajavi ne ha radicalmente trasformato in dieci l’organizzazione interna. Si è circondata di donne, servizio d’ordine compreso, tanto che oggi il 52% dei dirigenti CNRI sono donne (un dato che ama ricordare a tutte le manifestazioni pubbliche), e dedica ogni anno almeno un seminario di studio all’approfondimento della “questione femminile” nell’islam sciita. Dal punto di vista programmatico, Maryam Rajavi è favorevole all’introduzione delle quote, 50%,  per favorire la partecipazione femminile a tutti i livelli sociali, con particolare attenzione alla presa di decisone politica. 

 
Dirigente dei Mojahedin del Popolo Iraniano, il partito politico più importante del CNRI, seconda moglie di Massud Rajavi suo leader storico, la presidente Maryam ha oggi un altro compito di non poco conto: convincere la comunità internazionale e i governi occidentali che la causa dell’inserimento dei Mojahedin nella lista dei terroristi internazionali, voluta nel 1998 dagli Usa e poi ratificata anche dai Paesi dell’Unione europea, è frutto delle pressioni di Terhan. La questione è complicata, di mezzo ci sono anche interessi commerciali ed economici; di nuovo c’è che il Ministro degli Esteri britannico ha recentemente riconosciuto di aver inserito i Mojahedin del Popolo nella lista nera su richiesta degli ayatollah, mentre 500 eminenti giuristi e più di 1000 parlamentari di vari paesi europei hanno dichiarato apertamente la loro opposizione a quest’etichetta che dà ai mullah licenza di reprimere una resistenza legittima.

Le cifre parlano chiaro: fuori dall’Iran, la sentenza di morte degli ayatollah ha raggiunto in poco più di dieci anni più di 350 dirigenti della resistenza. Un mandato di cattura internazionale contro il mullah Ali Fallahian, ex ministro delle Informazioni e consigliere di sicurezza dell’aytollah Khameneï, la Guida suprema della dittatura religiosa, è stato emesso dal giudice elvetico che ha indagato sull’omicidio del professor Kazem Rajavi, rappresentante del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana in Svizzera, assassinato nel 1990.
In Iran, sono più di 150.000 gli oppositori politici uccisi nel corso delle grandi ondate di repressione degli anni Ottanta oppure giustiziati nelle carceri, con esecuzioni sommarie e torture selvagge. Ogni tanto , qualche nome e qualche storia emergono dal silenzio: ultima in ordine di tempo, la denuncia dei genitori di Valiollah Feyz-Mahdavi, 28 anni, membro dei Mojahedin del Popolo. Rinchiuso nella prigione di Gohardasht a Karaj, cittadina ad ovest di Teheran, Mahdavi sarà impiccato il prossimo 16 maggio; il 24 gennaio 2005, insieme ad altri due detenuti Mojahedin, Hojjat Zamani e Jaafar Aghdami, Mahdavi aveva scritto una lettera al Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, chiedendogli di predisporre una missione al fine di “accertare la situazione critica” dei prigionieri politici in Iran. Zamani, uno degli autori della lettera, è stato impiccato nella prigione di Gohardasht il 7 febbraio di quest’anno, dopo aver subito torture fisiche e psicologiche.
Secondo un rapporto di Amnesty International, datato fine marzo, Massoumeh Ka’bi, 28 anni, e suo figlio di 4 anni, Imad, sarebbero stati arrestati e torturati nella prigione di Sepidat senza aver commesso alcun reato. L’unica colpa è quella di essere moglie e figlio di un dissidente politico sfuggito all’arresto, e la loro detenzione dovrebbe convincere l’uomo a costituirsi.
 
 

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