mercoledì, Novembre 30, 2022
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Iran : La generazione di Maryam Rajavi

di Nella Condorelli
ImageWomen in the city, Sabato 26 giugno, nell'ora che segue l'ultima preghiera, un gruppetto di donne di una certa età si è radunato al Parco Laleh, i giardini pubblici di Tehran, ciascuna con un paio di candele in mano.
Il tramonto estivo a Tehran è una lunga, lenta, conquista delle ombre, giù dai profili dei monti Elburz verso la città rannicchiata a valle.
L'ultima preghiera del giorno, quella del tramonto, con l'appello dei muezzin che risuona da moschea in moschea, qui segna un pò tutto, è obbligo religioso ed insieme campanella della fine della giornata di lavoro, segnale del ritorno a casa, richiamo di cena in famiglia, avviso per le luci dei ristoranti…

In queste settimane di manifestazioni popolari, mentre l'establishment al potere da trentanni cerca di soffocare le proteste e la crisi politica che lo stanno divorando dall'interno, l'ora del tramonto, dopo l'ultima preghiera, è anche l'ora della paura.

Paura delle rappresaglie apertamente annunciate dalla Guida Suprema Ali Khamenei, amplificate e messe in atto dal suo delfino di comodo Mamhoud Ahmadi-Nejead, contro chiunque abbia partecipato alle manifestazioni di piazza.
Perquisizioni, bastonature, arresti, che proseguono casa per casa, lontano dai riflettori; una repressione silenziosa e brutale, per questo ancora più selvaggia e spietata, insensibile a qualsiasi valore di diritti umani.

È in questo tramonto feroce, dopo l'ultima preghiera, quando da noi in Italia erano le otto di sera di un sabato qualunque, che a Tehran il gruppetto di donne ha cominciato a radunarsi, con le candele in mano, sfidando qualsiasi minaccia, impassibili davanti alla paura, incuranti delle conseguenze.
Le Madri di Parco Laleh,- come le chiamano i blogger che su Twitter hanno raccontato con post e video-cellulari questa manifestazione di donne -, erano li per commemorare i figli e le figlie uccisi durante le manifestazioni, per celebrare tutte insieme un pietoso rito di saluto e di memoria. Con loro, c' erano anche le madri di attivisti per i diritti umani incarcerati, di altri giovani arrestati durante le proteste di questi giorni, e probabilmente rinchiusi nel carcere di Evin, dei quali le famiglie non sanno più nulla.
Sono state tutte attaccate e picchiate duramente, prima ancora di poter accendere una sola candela, e di recitare una sola preghiera. Un plotone di basiji, le milizie di polizia, in assetto anti-sommossa, gli é piombato addosso, con bastoni e manganelli. Alcune foto pubblicate su siti web mostrano anche miliziani armati di mitragliette, sulle terrazze degli edifici circostanti.

Quando nel febbraio del 1979, le madri di Tehran scesero in piazza con i cartelli dei figli e delle figlie torturati ed assassinati dalla Savak, la polizia segreta dello Shah Reza Palhevi, sempre nel carcere di Evin, quel che si vide per le strade della capitale fu un fiume di donne velate di nero, che stringevano al petto foto di volti e di corpi atrocemente martoriati. Le ricordo benissimo, mentre sfilavano sotto il balcone della casa dove stavo; è un ricordo che mi da ancora emozione. Niente denuncia il dolore (e la speranza) di un popolo oppresso quanto la rappresentazione del sacrificio dei figli e delle figlie più giovani.
La generazione giovane iraniana  che in quel 1979 lottava contro la tirannia dello Shah ed il suo modello di stato, seguendo un filone antico di rivolta popolare che, passando per i nomi illustri del nazionalismo e del riformismo iraniano – uno su tutti Mossadegh -, risale dritto agli inizi del secolo Novecento, è la stessa che oggi porta in piazza la foto dei propri figli e delle proprie figlie mprti nel trentesimo anniversario della repubblica islamica.
La tragedia iraniana sta tutta in questa rappresentazione.
Che segna e contrassegna un percorso di emancipazione politica, certamente doloroso per tutti gli iraniani e le iraniane, dentro e fuori il Paese. La ricerca di una forma stato originale, iniziata cento anni fa, nel palcoscenico del disfacimento del grande colosso, l'impero Ottomano, sotto lo sguardo rapace delle potenze coloniali occidentali, e non ancora conclusa.

La lotta intestina che oggi dilania il regime degli ayatollah al potere a Tehran, un regime ormai debole – come testimonia la stessa violenza della repressione in atto, le affermazioni e gli atti sconnessi dei suoi leader sorpresi dalle manifestazioni, il tentativo di isolare il Paese da qualsiasi contatto esterno per condizionare l’Occidente e meglio giocare la partita interna -, questa lotta intestina non è solo il primo capolinea di un fallimento politico. È il riflesso di una visione distorta del potere (e della sua bramosia) che, nascosta dietro le pieghe dei turbanti, è arrivata a pretendere di competere con Dio, mentre mostra al mondo tutta la sua inadeguatezza.
È, in sostanza, la migliore rappresentazione del tradimento della rivoluzione del 1979, e degli ideali che ispirarono la generazione che la rese possibile. Si credette, allora, non solo che fosse arrivata per l'Iran l'ora della libertà e della democrazia, ma che questa forma di governo della cosa pubblica – la democrazia – fosse naturalmente congeniale alla sua cultura storica ed alla sua civiltà.
Il colpo di mano di coloro che, dopo le elezioni del 1981, instaurarono la repubblica teocratica basata sul velayat-al fiqh, riscrissero la costituzione rispolverando ed utilizzando in chiave di potere temporale assoluto del clero un'interpretazione del Diritto Islamico, tanto da far gridare all'eresia contro lo sciitismo più di un ayatollah (poi ovviamente incarcerato, o costretto all'esilio), e si volsero allo sterminio dei dissidenti animati da un furore autogiustificato dal ricorso al sacro e “dalla volontà popolare”, non è dunque diverso, né per premesse né per conseguenze, da quello che connatura qualsiasi regime fascista, repressivo delle libertà individuali e dei diritti fondamentali.

La dice lunga, che a rappresentare sul suo finire questa repubblica islamica del velayat siano ayatollah come Ali Khameni, avversato dai veri saggi di Qom, politici come Mamhoud Ahmadi-Nejead, pasdaran della prima ora, mollato anche dai suoi se è vero come è vero che più di metà del parlamento appena eletto ha disertato il ricevimento organizzato per la sua elezione… Oppure mullah come Ahmad Khatami, membro del Consiglio dei Guardiani (ancora i pasdaran) che al campus dell’università di Tehran ha descritto i dissidenti e i contestatori in Iran come “coloro che intraprendono una Guerra contro Dio” invocando “il loro totale annientamento, perché essi vanno considerati come “mohareb”(guerra intrapresa contro Dio)”.
Furbo nel suo furore, il mullah trascura di sottolineare che qui si sta parlando della sua gente e del Dio di tutti gli iraniani, uomini e donne, giovani e anziani; si sta parlando di ragazzi e ragazze cresciuti alla scuola religiosa voluta dallo stesso potere in cui il mullah si riconosce; si sta parlando di una sola generazione in due: quella che fece la rivoluzione islamica e la fa ancora.

Intervenendo con un messaggio al Segretario delle Nazioni Unite, al Consiglio di sicurezza dell'Onu, ed all''Alto Commissario per i Diritti Umani, Maryam Radjavi, la presidente del CNRI, il Consiglio della Resistenza Iraniana in esilio, protagonista della rivoluzione del 1979, sfuggita ai massacri dei dissidenti degli anni ottanta, ha chiesto vigilanza e attenzione al dossier sui crimini e le violazioni dei diritti umani del regime dei mullah di Terhan. Ha denunciato il pericolo di esecuzioni massa dei detenuti politici. La repressione casa per casa dei manifestanti. Un film purtroppo già visto, nella storia dela Repubblica Teocratica Iraniana. 
Come nel 1999, e dieci anni prima, nel 1989, e ancora nel 1981, in Iran chi protesta sa di rischiare la vita. Come le 150mila vittime cadute sotto le feroci repressioni degli ayatollah negli anni Ottanta, la gente che manifesta oggi Terhan per la libertà sa di rischiare la tortura e la corda.
Radiavi, leader dei Mojahedin del Popolo iraniano, il maggior partito del CNRI, chiede sostegno e solidarietà per loro. Chiede protezione per la città indipendente di Achraf, fondata dai fuoriusciti iraniani in territorio iracheno, e da qualche tempo bersaglio di Bagdad, sobillata dagli ayatollah. Chiede elezioni libere sotto l'egida dell'ONU affinché il popolo iraniano possa finalmente autodeterminare in libertà il proprio futuro. Da anni, denuncia lo scippo del 1981. E ci chiede di non dimenticare.
Alla manifestazione organizzata a Villepinte, periferia di Parigi, lo scorso 20 giugno, nel giorno che ogni anno ricorda quei fatti, parlando davanti a 90.000 iraniani ed iraniane, rifugiati politici ai quattro angoli d'Europa, Maryam ha citato una Sura del Corano, là dove si parla della battaglia di Kerbala nella quale trovò la morte Hussein, il nipote del Profeta Muhamad, e dopo essersi appellata unitariamente a tutti i partiti politici iraniani messi fuorilegge dagli ayatollah, ha rivendicato con orgoglio la lotta di resistenza. “Questa, ha detto, è ancora la rivolta della nostra generazione”.

 

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