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Iran: Il problema iraniano, scenari, luoghi comuni, soluzioni

di Esmail Mohades*   
*Portavoce dell’Associazione dei Laureati Iraniani in Italia

ImageARTICOLO 21 : Il problema iraniano ha una soluzione? Il progetto nucleare di Teheran ha scopi pacifici, come dice il regime, oppure serve a produrre  armi nucleari, come sembra evidente? Considerato che il più grande Paese sostenitore del terrorismo sta arrivando all’atomica, occorre un intervento militare esterno, magari con l’alibi logorato di esportare la democrazia, oppure si potrebbe trovare un’altra via che non sia la condiscendenza e l’arrendevolezza verso un regime dittatoriale e pericoloso? Potremo noi, iraniani e non solo, liberarci di questo integralismo o saremo costretti a convivere sine die con questo problema epocale? 

E ancora: è corretto usare il termine “elezioni” nel caso di un regime come quello iraniano basato sul principio assoluto del velayat-e faghih? Che senso ha parlare di moderati e riformisti in un tale sistema che pretende di rispondere solo a Dio, e nel Suo nome commette le atrocità più inaudite, oggi, nel ventunesimo secolo? 

Il nuovo integralismo religioso, nato dopo l’insediamento della Repubblica islamica in Iran, ha imposto a tutti, in particolare all’Occidente, la discussione sulla religione e sullo scontro di civiltà, ma in verita’, in tutto il Medio Oriente, e soprattutto in Iran, il problema non e’ religioso, è politico; riguarda il potere e l’interesse per il potere.

Sui giornali abbiamo letto che alle recenti elezioni gli  iraniani sono andati a votare in massa, ma  nessuno ha osservato che la TV di Stato metteva in onda  vecchi filmati con  persone in abito estivo, che in alcune  città il numero dei votanti e’ risultato superiore a quello degli abitanti, e che gli agenti del regime hanno votato fino a undici volte ciascuno. Le testimonianze del giornalista della BBC che ha girato tutti i seggi della capitale, da nord a sud, notando la scarsissima affluenza, o quella del collega della CNN che ha raccolto le proteste della gente per l’illegittimita’ delle operazioni di voto, sono rimaste in ombra. 

Infine  dalle urne e’ uscito “l’uomo nuovo”: l’ayatollah Rafsanjani. Allora in Occidente ancora una volta si e’ ripetuto: dobbiamo rafforzare i moderati in Iran! Il popolo, come un fico secco da scartare, e’ ignorato dall’Occidente e schiacciato dal regime teocratico, mentre l’atto coraggioso degli studenti iraniani provoca solo qualche blanda pressione dei governi sul regime. In fondo questo Occidente  forse attua esattamente ciò che denunciava Dostoevskij: “Bene, allora, eliminate il popolo, toglietegli ogni potere, fatelo tacere. Perché l’illuminismo europeo è più importante del popolo”. Come iraniano esule, faccio una domanda: nei rapporti con il regime iraniano, i governi occidentali hanno sempre  rispettato i valori della stessa civiltà dell’Occidente?

Come si vede la situazione è assai complessa, e per la gente parecchio confusa.

Gravano sulla realtà iraniana incrostazioni e bugie costruite dalla  propaganda affaristica che portano molti persino a credere che bisognerebbe chiedere la mediazione di Teheran anche per risolvere la drammatica situazione in Iraq e nel Medio Oriente. Ma può il regime iraniano aiutare a risolvere una crisi di cui esso stesso e’ parte e protagonista?

La vita della Repubblica islamica è basata sull’oppressione interna e sull’esportazione all’estero della crisi generata dal suo modo di governare. È per questo che il regime di Ahmadinejead non può non reprimere le donne e i giovani, e non può non effettuare le sue folli ingerenze in Iraq e in tutto il Medio Oriente. L’acquisizione delle armi nucleari da parte di Teheran fa parte, appunto, della sua strategia di ricatto: conscio della sua debolezza interna, il regime tenta con l’atomica di garantirsi la futura sopravvivenza. Oggi in Iraq ci sono migliaia di agenti stipendiati da Teheran e l’influenza iraniana sui gruppi terroristici non è un mistero per nessuno. Ciò che i politici occidentali, in particolare gli europei,  non capiscono, o forse non vogliono capire, è che nessun incentivo riuscira’ mai a fare cambiare idea al regime iraniano, perché l’acquisizione dell’atomica, le ingerenze in Iraq ed in Medio Oriente  fanno parte della sua strategia, a cui non rinunciera’ se non in condizioni eccezionali.

Insomma, Teheran non dialogherà mai realmente perché non può farlo. L’elezione di Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica islamica ha avuto proprio il significato di rivitalizzare questa strategia. Ahmadinejad nasce anche dalla politica di condiscendenza europea basata sulla spartizione virtuale del regime teocratico in “duri” e in “moderati”.

Sedici anni di parole vuote sul riformismo, tanto da parte iraniana quanto occidentale, hanno mostrato al regime che per sopravvivere deve insistere sui principi “rivoluzionari”. Con Ahmadinejad sono stati messi da parte tutti quelli non abbastanza puri, dai governatori agli ambasciatori; oggi tutti gli uomini che contano provengono per la maggior parte dal Corpo dei pasdaran della rivoluzione.  Ma, in un anno di presidenza, contro Ahmadinejad ci sono state più di quattromila manifestazioni, e secondo un sondaggio circolato negli ambienti interni al regime, più del 90% della popolazione iraniana vuole il suo rovesciamento.

La demagogia e il populismo a buon mercato di Ahmadinejad non incantano certo le masse iraniane, che hanno le orecchie piene di quelle parole arroganti e retoriche. Ci saranno pure i patrioti stagionali  che dicono che l’atomica è un diritto del popolo e conviene all’Iran. Ma la gente, che una volta ottenuta la democrazia potrà discutere e decidere liberamente sul nucleare,  oggi sa che esso serve solo al regime.

Chi, invece paventa una guerra esterna, del resto non facilmente praticabile, non vuole vedere la guerra che di fatto il regime conduce da tempo contro la popolazione.

La politica di condiscendenza e in sostanza di arrendevolezza, peraltro molto malcelata da parte dell’Occidente di fronte alle ambizioni mai nascoste del regime integralista iraniano, ha aiutato a creare un Medio Oriente un fascismo che ha il volto grondante di nudo odio; la sua  base è a Teheran. È indubbio che le prime vittime di questa situazione sono proprio le masse musulmane, i  nostri fratelli e le nostre sorelle. Non a caso, già nel 1980 gli iraniani manifestavano in piazza contro l’integralismo islamico e tuttora la loro battaglia continua, mentre l’Occidente, in particolare l’Europa, di fatto  continua a sostenere u regime con cui fa proficui affari  ammantati di buoni propositi. Puntare ancora sull’”uomo nuovo Rafsanjhani” uscito dalle urne disertate per l’Assemblea degli esperti è un ridicolo alibi a scapito di milioni iraniani che vogliono un cambiamento radicale e democratico, e che  mette il  mondo intero in pericolo.  

Chi pensa di risolvere il problema del Medio Oriente prima di risolvere il problema iraniano è fuori strada. Come chi pensa di risolvere il problema dell’Iran ignorando la lotta del popolo iraniano e la sua Resistenza organizzata. La soluzione del problema dell’Iran non è né la guerra esterna, né la condiscendenza. La chiave della svolta democratica è nelle mani degli iraniani. L’Occidente deve solo smettere di aiutare il fascismo religioso al potere in Iran, e sostenere le aspirazioni democratiche e la lotta del popolo iraniano.

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09/01/2007