domenica, Dicembre 4, 2022
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Il presidente del regime iraniano non prende decisioni

La verità dietro la farsa delle elezioni presidenziali iraniane

Esiste una qualunque forma di elezione democratica che si adatti alla natura del regime iraniano? O è una cortina di fumo sistemata su un regime medievale che è l’immagine speculare dell’ideologia dell’ISIS? In questo articolo apparso su Forbes il 19 Maggio 2017, Mohammad Mohaddessin, presidente del Comitato Affari Esteri del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, esamina questa questione. Di seguito il testo completo dell’articolo.

Sin dalla sua fondazione il regime teocratico iraniano ha usato false elezioni per dipingere un’immagine democratica del suo potere tirannico in tutto il mondo. Purtroppo, per diversi motivi, alcuni politici e governi occidentali le hanno riconosciute ed hanno cercato di investire sulle fazioni cosiddette “moderate” o “intransigenti” del regime iraniano che sgomitavano per accaparrarsi il potere, in una competizione che ritenevano autentica.

Quando non deriva da interessi economici e da considerazioni politiche, questa logica è radicata in una valutazione fallace della struttura di governo della dittatura religiosa al potere in Iran. Questa erronea linea di pensiero e le decisioni a cui ha portato, è costata moltissimo alla pace e alla stabilità nella regione e in tutto il mondo.

La natura del regime iraniano, le sue dinamiche, gli equilibri di potere e le sue correnti interne, tutto dimostra che le elezioni in questo paese non sono in alcun modo legate alle tradizioni democratiche note in Occidente.

Le elezioni presidenziali iraniane sono in realtà una facciata di 20° secolo sistemata sopra un vecchio regime che è l’immagine speculare dell’ideologia dell’ISIS.

Khomeini, fondatore di questo regime e creatore della teoria del velayat-e faqih (la custodia dei giuristi islamici), ha definito esplicitamente il potere islamico come “il regno assoluto del giurista islamico”, nel quale il leader supremo può scavalcare il voto di un’intera popolazione. Ed ha dichiarato: “Noi vogliamo un califfo che tagli mani e lapidi a morte”.

Gli esponenti del regime iraniano asseriscono che i legami religiosi superano quelli geografici. In un tale regno, le elezioni non sono altro che uno scimmiottamento della democrazia.

Secondo le leggi del regime, solo le persone che credono con tutto il cuore e si sentono concretamente obbligate nei confronti del leader supremo, sono qualificate a candidarsi alla carica di presidente. I candidati vengono esaminati dal Consiglio dei Guardiani, un organo composto di dodici membri, sei dei quali vengono direttamente nominati dal leader supremo e gli altri vengono scelti dal capo della magistratura, anch’egli nominato dal leader supremo.

Più di 1600 persone si sono registrate per le elezioni di quest’anno e sei di queste sono riuscite ad arrivare al round finale. Persino l’ex-presidente Mahmoud Ahmadinejad (2005-2013), che aveva goduto del pieno favore di Ali Khamenei, il leader supremo, è stato squalificato, a causa dei litigi avuti con il leader del regime, gli ultimi anni della sua presidenza.

Il presidente del regime iraniano non prende decisioni. Secondo l’articolo 110 della costituzione, il leader supremo è l’unico detentore della maggior parte dei poteri che, paesi come gli Stati Uniti e la Francia, garantiscono al loro presidente, all’organo giudiziario e a quello legislativo. Il leader supremo risponde ed ha il potere di scavalcare le irrisorie autorità che il presidente assume.

 

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