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Il Gov. Tom Ridge: “Un anno dopo, le promesse dell’accordo con l’Iran non sono state mantenute”

CNRI – Il Philadelphia Inquirer ha pubblicato un approfondimento martedì, del Gov. Tom Ridge, ex-Segretario della Sicurezza Interna degli Stati Uniti, nel quale auspica una nuova politica americana sull’Iran che si identifichi con il popolo iraniano e il suo grido per la democrazia e la libertà.

Quello che segue è il testo dell’approfondimento del Gov. Ridge:

The Philadelphia Inquirer   9 AGOSTO 2016 

Tom Ridge: “Un anno dopo, le promesse dell’accordo con l’Iran non sono state mantenute”

di Tom Ridge

La scorsa settimana il leader supremo iraniano, Ali Khamenei, ha accusato gli Stati Uniti di non essere riusciti ad onorare le promesse fatte con il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Parlando della “inutilità dei negoziati con gli americani”, si è dissociato dall’accordo sul nucleare che aveva in precedenza appoggiato.

Giungendo giusto poche settimane dopo il primo anniversario della firma dell’accordo, la sua accusa è solo l’ennesima nel continuo battibecco di Teheran che ricorda al mondo che “l’era dei buoni sentimenti” promessa dei negoziatori americani, non sarà mai una realtà. Né lo saranno le ambizioni nucleari dell’Iran.

Il cambio di tono di Teheran non dovrebbe suonare come una sorpresa. I rapporti dell’intelligence da tempo avevano avvertito che il regime stava proseguendo con i suoi tentativi di ottenere materiale nucleare illegale proprio in vista dell’implementazione dell’accordo. E nonostante l’accordo abbia istituito delle limitazioni al programma di arricchimento dell’uranio iraniano e alla sua capacità di produrre plutonio sufficiente per le armi, la stragrande maggioranza delle infrastrutture nucleari iraniane è ancora in piedi.

Il comportamento problematico dell’Iran è stato recentemente sottolineato da Robert Joseph, ex-inviato speciale americano per la non-proliferazione nucleare, durante una recente discussione a Parigi. Joseph ha avvertito che il JCPOA aveva solo obbligato l’Iran a smantellare alcune delle sue centrifughe per l’arricchimento, lasciandole però al sicuro nel paese, pronte ad essere riutilizzate alla prima occasione.

Lo stato attuale dell’accordo è in netto contrasto con i precedenti successi della comunità mondiale con altri stati in situazioni di threshold nucleare. I libici, ad esempio, hanno dimostrato un reale e concreto impegno ad abbandonare la ricerca sulle armi nucleari, considerando che hanno aperto completamente il loro paese alle ispezioni imparziali internazionali. L’Iran non ci è andato neanche vicino.

La mancanza di un monitoraggio trasparente è stato il punto di maggior disagio sia tra i critici che tra i sostenitori iniziali dell’accordo. L’accordo stabilisce solo una sorveglianza internazionale sui siti di arricchimento nucleare dichiarati, non riuscendo ad affrontare la probabilità che uno sviluppo nucleare illegale stia avvenendo in luoghi segreti, non rilevati dalle agenzie di intelligence straniere.

Non sarebbe la prima volta che l’Iran fa scivolare con successo i suoi tentativi sul nucleare sotto il radar internazionale.

Nel 2002 non è stata un’indagine internazionale ma il gruppo della resistenza iraniana dei Mujahedin-e Khalq (MEK) a rivelare i dettagli essenziali del programma nucleare iraniano. Se non fosse stato per questa rivelazione di intelligence, il regime sarebbe probabilmente già in possesso di armi nucleari.

A parte le limitazioni sul nucleare, è difficile immaginare che lo sperato cambiamento nella politica estera di Teheran si materializzerà. I contorni strategici sono fissati dallo stesso leader supremo, il cui appoggio per il dittatore siriano Bashar Assad è incrollabile. Vari rapporti attendibili, indicano che migliaia di membri del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche stanno operando ora in Siria.

I politici occidentali dovrebbero essersi resi conto che questa teocrazia è intrinsecamente incapace di riforme. Se la storia ci insegna qualcosa, Teheran approfitterà di ogni debolezza dell’accordo sul nucleare nei suoi incessanti sforzi di ingannare i suoi nemici. E sfrutterà l’attuale ambiente di compiacenza occidentale per intensificare il suo avventurismo regionale e il suo sostegno al pensiero estremista.

Con una botta d’ingenuità molto simile, i propugnatori dell’accordo hanno erroneamente presunto che Teheran avrebbe migliorato il suo comportamento in patria. Ma gli oppositori politici e gli attivisti continuano ad essere arrestati, torturati e giustiziati con cifre sempre in aumento. Durante il governo del cosiddetto “moderato” Hassan Rouhani, il regime ha giustiziato almeno 2600 prigionieri, tra cui molti dissidenti, con numeri senza precedenti secondo ogni standard.

Nel complesso l’accordo non ha portato ad alcun progresso. In cambio di modeste e reversibili concessioni sulla sola questione del nucleare, i sanguinari ayatollah hanno ricevuto un alleggerimento delle sanzioni da Stati Uniti ed Europa del tenore di decine di miliardi di dollari, che sono serviti, prima di tutto, a finanziarie ulteriormente le attività illecite, disumane e destabilizzanti del regime iraniano. Se il regime deciderà di abbandonare l’accordo, riemergerà più forte di prima, ridendo di fronte alla folle compiacenza dell’Occidente.

Lasciamo che la bellicosa retorica di Khamenei serva da avvertimento e da chiamata all’azione. Ogni americano interessato dovrà sollecitare il prossimo presidente a tracciare un corso diverso e sensibile della politica americana verso il regime fondamentalista in Iran. Questo corso dovrà, finalmente, riflettere i valori americani identificandosi con il popolo iraniano e il suo grido per la democrazia e la libertà.

Tom Ridge è stato il primo segretario della nazione per la sicurezza interna ed ha svolto 

 

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