giovedì, Febbraio 2, 2023
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Il discorso di Maryam Rajavi al seminario delle comunità iraniane in Europa

MARYAM RAJAVI: “I LEADERS DEL REGIME IRANIANO DEVONO ESSERE PERSEGUITI PER IL MASSACRO DEL 1988” – IL DISCORSO AL SEMINARIO DELLE COMUNITA’ IRANIANE IN EUROPA – 3 SETTEMBRE 2016

Io chiedo ai miei compatrioti e alle mie compatriote di levarsi a sostegno ed in solidarietà per espandere il movimento per ottenere giustizia.

Onorevoli personalità,

Cari amici,  

Sorelle e fratelli,

Sono davvero lieta di vedervi, i rappresentanti delle comunità iraniane. Ci siamo riuniti qui per far sentire la voce di una società iraniana profondamente scontenta. 

Nelle ultime settimane, una potente ondata di malcontento popolare si è sollevata contro il regime del velayat-e faqih. Il suo fulcro è il massacro dei 30.000 prigionieri politici del 1988. Infatti questa atrocità è divenuta la rimostranza centrale delle proteste del popolo iraniano contro questo regime criminale ed omicida, nonché una questione cruciale nella sua richiesta di ristabilimento della libertà.

Ma guardiamo indietro a quei terribili giorni.

Esattamente 28 anni fa, quando Khamenei era presidente del regime, Rafsanjani era portavoce del parlamento del regime e vice-comandante in capo delle forze armate, e Rouhani era il suo vice, decine di migliaia di prigionieri politici languivano nelle carceri di tutto il paese.

Alcuni di questi prigionieri erano stati arrestati quando avevano solo 16 o 17 anni. Ora, dopo sette anni, erano cresciuti, erano diventati ragazzi e ragazze di 23 o 24 anni. Alcuni di loro avevano già finito di scontare le loro condanne e ad altri rimanevano solo pochi mesi.

Ma invece di essere rilasciati, questi prigionieri si trovarono ad affrontare un’orribile minaccia: le delegazioni dei rappresentanti di Khomeini avevano iniziato a girare per tutte le carceri, interrogando ogni prigioniero. La loro domanda cruciale era se i prigionieri sostenessero o no i Mojahedin del Popolo (PMOI o MEK). Nel giro di poche settimane, le carceri divennero teatro di impiccagioni di massa.

Nei corridoi della morte, i prigionieri camminavano verso il patibolo gridando “Viva Massoud Rajavi!”. Alcuni cantavano l’inno “Libertà”.

Quanti? Inizialmente qualche migliaio. Nelle settimane successive, divennero diverse migliaia e pochi mesi dopo il loro numero superò 30.000.

Il loro coraggio illumina questo buio capitolo della storia iraniana e non sbiadisce con il passare del tempo.

Ricordiamo per un momento il carcere di Arak. La guardia dice ai prigionieri: “Non ci pensate neanche che sopravviverete per essere accolti con i fiori dalla gente”. Ghassem Bastaki, un campione di wrestling risponde: “Quando la nostra gente viene con i fiori, siamo pronti ad essere ritrovati tra i martiri”.

O nel carcere di Evin. Monireh Rajavi, 38 anni madre di due bambine, ha finito di scontare la sua condanna a sei anni, ma viene giustiziata invece di essere rilasciata. Il suo solo crimine è quello di essere la sorella del leader della Resistenza Massoud Rajavi.

E qui nei corridoi della morte di Evin Mahmoud Hassani, uno studente di economia all’Università di Teheran, cammina insieme ad un gruppo di 60 prigionieri sussurrando una sua poesia:

Nel buio della notte,

Quando vedi una stella cadente nel cielo

Ricorda le fiamme ardenti

Che vennero spente nelle fredde notti di Evin

Perché altre stelle potessero sorgere all’alba.

Qui troviamo uno dei bracci del carcere di Ahwaz. Due mullah, due boia, gridano: “Dovete decidervi. Da una parte c’è Khomeini e dall’altra c’è Massoud Rajavi. Da quale parte state?”. Una ragazza grida dal fondo della cella: “Lunga vita a Massoud, morte a Khomeini!”. E’ Sakineh Delfi, 26 anni, di Abadan. Le guardie del carcere la aggrediscono, la picchiano selvaggiamente, invano. Tutto il braccio ora sta gridando. Dei 350 detenuti in questo braccio, ne vengono impiccati 349.

Ecco il braccio 9 del carcere di Gohardasht, dove si trovano 103 detenuti. 99 di loro vengono giustiziati. Nel corridoio della morte a uno viene chiesto: “Cos’è questo?” e lui risponde: “Questa è l’ora di andare e io ho preso la mia decisione”. Questo prigioniero è Mehran Bigham, 25 anni.

Queste sono le colline vicino al lago di Orumiyeh. Moltissimi prigionieri politici sono stati portati qui. Uno, Bahman Shakeri, si trovava in carcere da sette anni, sebbene avesse finito di scontare la sua pena due anni prima. Le Guardie Rivoluzionarie li picchiano sulla testa con mazze e aste di ferro fino a che non muoiono. Le loro grida hanno attirato sulla scena gli abitanti del villaggio.

Questa è la cella No. 19 del braccio 3 del carcere di Gohardasht. Il secondino è furioso per un disegno sul muro. L’artista viene subito mandato ad unirsi alla fila dei prigionieri che vanno all’esecuzione. Il suo nome è Akbar Latif.

E ora siamo fuori dal carcere Masjid-Soleiman. Una bambina di 4 anni di nome Tanin, stringe un mazzo di fiori, aspettando il suo papà. Ma invece le guardie del carcere le danno un Corano e degli abiti, dicendole che appartenevano a suo padre, il coraggioso prigioniero Shahrokh Namdari.

Ancora nel carcere di Gohardasht, una prigioniera manda il suo messaggio battendo sul muro: “Amiche, mi hanno dato 20 minuti per scrivere le mie ultime volontà. Stanno giustiziando tutti qui. Portate i miei saluti ai Mojahedin”. Il suo nome è Zahra Khosravi.

E questa è la camera della tortura. Le frustate schioccano, una dopo l’altra, ma non ci sono grida da parte della prigioniera. I torturatori promettono: “Non vogliamo nessuna informazione da te. Solo grida!”. Ma la prigioniera resta in silenzio. Poco dopo viene messa nel braccio della morte. E’ Azadeh Tabib, una giovane donna, gioiosa e paziente, che ha ripetutamente sconfitto i suoi torturatori.

28 anni dopo, quando il dialogo tra i boia e Montazeri è stato rivelato, sentiamo uno di loro ammettere che la resistenza di una giovane Mojahed lo ha sconvolto.

Ora i Mojahedin (PMOI o MEK) stanno camminando, uno ad uno, attraverso quei corridoi intrisi di sangue. Uno è Ashraf Ahmadi, prigioniero politico sotto lo Scià. Un’altra è Fatemeh Zare’ii, candidata del PMOI alle elezioni parlamentari a Shiraz. Altri tre appartengono alla stessa famiglia: Hossein, Mostafa e Massoumeh Mirzaii.

Khomeini aveva emesso un editto: “Coloro che nelle carceri di tutto il paese restano fermi nel loro appoggio ai Monafeqin, stanno dichiarando guerra a Dio e sono condannati all’esecuzione”.

Khomeini e i suoi complici volevano eliminare il concetto di resistenza per la libertà, così non solo sterminarono un gran numero di Mojahedin e di altri prigionieri dissidenti, ma hanno anche occultato ogni prova di questa atrocità che poi hanno anche negato. Ancora non è stata rivelata alcuna informazione sul luogo di sepoltura di queste vittime. Il cimitero di Kharavan, scoperto grazie agli sforzi dei familiari delle vittime, oggi è un sacrario in memoria di coloro che hanno dato la propria vita per la libertà. Noi li salutiamo, altre migliaia di volte, da qui a Khavaran, il cui suolo puro è colorato dal sangue e dalle lacrime.

Cari amici,

la rivelazione pubblica del file audio delle dichiarazioni di Montazeri, ha provocato lo scontro tra il popolo iraniano e questo regime illegittimo e assetato di sangue ora al potere. Il conflitto si fonda su tutte le basi poste nel corso del massacro del 1988. E alla fine:

• E’ emersa una nuova ondata all’interno della società iraniana, un’ondata di rabbia, di protesta, di richieste, che si è evoluta in un movimento per la giustizia.

• Le fondamenta di questo regime hanno scricchiolato in molti punti e il conflitto su questa questione è stato così grave che ha costretto il parlamento dei mullah ad indire una sessione straordinaria.

• L’editto di Khomeini per il massacro è stato messo in discussione dai religiosi e dai seminaristi e la maggioranza delle più importanti figure religiose si è astenuta dal difendere questo editto.

Di conseguenza noi sfidiamo il regime al potere.

Voi non considerate il sanguinario Khomeini un Imam ed un santo? Quindi perché vi rifiutate di pubblicare il suo editto sui vostri media?

Quanto meno mostrate il testo del suo editto per il massacro dei Mojahedin (PMOI o MEK) sulla vostra televisione di stato.

Pubblicate i verbali dei processi dei giustiziati.

Rivelate i nomi dei membri delle commissioni che hanno tenuto i processi in tutte le province.

Consegnate ai familiari le ultime volontà delle vittime del massacro.

Pubblicate la lista completa dei nomi delle vittime e i loro luoghi di sepoltura finora nascosti.

E alle fazioni interne al regime, nonché ai sostenitori delle riforme all’interno di questa dittatura religiosa, diciamo:

Se denigrare i Mojahedin (PMOI o MEK) garantisce la vostra sicurezza ed incolumità, così sia, ma voi dovete condannare il massacro del 1988. Dopo tutti questi anni di complicità e di collaborazione nelle malefatte del regime, per una volta dissociatevi da questa orribile atrocità.

E ai religiosi in tutti i seminari, noi diciamo: “Rompete il vostro lungo silenzio sul massacro del 1988 e non sfuggite alle vostre responsabilità”.

Alla comunità internazionale e ai governi occidentali noi diciamo:

“Combattere contro la violazione dei diritti umani in Iran è anche una responsabilità dei governi occidentali, perché le conseguenze delle azioni di questo regime non restano confinate all’Iran. Il terrorismo e il fondamentalismo che provengono da Teheran hanno colpito gente innocente a Nizza, a Parigi, a Bruxelles ecc. Fate che le vostre relazioni con il regime iraniano siano condizionate alla fine delle esecuzioni in Iran. Processate Khamenei e i suoi complici nei tribunali internazionali per crimini contro l’umanità e più specificatamente per il massacro del 1988. E rispettate il desiderio del popolo e della Resistenza Iraniana di un cambio di regime.

Ed infine, io chiedo ai miei cari compatrioti e compatriote di levarsi a sostegno e in solidarietà per espandere questa campagna per la giustizia. Chiedere giustizia per i martiri è parte integrante del movimento per il rovesciamento del regime teocratico e deve essere portato avanti fino alla meta finale.

Solo nelle ultime settimane, la campagna condotta in Iran è riuscita ad identificare molti membri delle commissioni della morte e ad ottenere nuovi nomi e documenti, comprese le foto di molte vittime del massacro.

Dobbiamo portare i mullah al punto che non oseranno ripetere tali crimini. Cento persone sono state giustiziate il mese scorso. Tra queste 25 prigionieri politici sunniti del Kurdistan. E c’è stata anche l’esecuzione di tre nostri compatrioti arabi. Questi delitti devono essere fermati e questo regime omicida deve essere abbattuto.

Io chiedo agli iraniani amanti della libertà e a tutti i membri e ai sostenitori della Resistenza Iraniana, in Iran e in tutto il mondo, di espandere questo movimento per ottenere giustizia per le vittime del massacro del 1988. Si deve insistere su questa richiesta e persistere in questa campagna fino a che non sarà stata ottenuta giustizia per le violazioni dei diritti umani commesse dalla tirannia religiosa dei mullah.

Cari amici,

Gli eventi della recente crisi non sono stati solo una rivelazione della confessione dei boia del massacro dei prigionieri. Il risultato più importante è stata la ricorrenza della morte di Khomneini e la fine dello spirito che domina il suo regime teocratico da un lato, e il rinvigorimento della Resistenza Iraniana dall’altro.

Ciò è stato chiaramente precisato da Khamenei quando ha detto: “Gli estimatori del PMOI nel paese vogliono assolverli e conferirgli un’aura di legittimità e di innocenza, mentre distorcono l’immagine dell’imam (Khomeini)”.

Anche l’Assemblea degli Esperti, la più alta istituzione del regime del velayat-e faqih, ha dichiarato nel suo comunicato ufficiale che si intende “minacciare il regime islamico e il principio del velayat-e faqih”. Poi ha esaltato la figura del leader… tra la gente, affermando che si vuole “ripulire l’immagine del PMOI presentandolo come vittima di ingiustizia”.

Nel suo editto del 1989, Khomeini ha parlato del motivo più importante della cacciata di Montazeri scrivendo: “Dato che è ormai chiaro che dopo di me (Khomeini), tu (Montazeri) consegnerai l’Iran ai liberali e, tramite loro, agli ipocriti (Mojahedin), tu hai perso la competenza e la legittimità per una futura leadership del regime”.

Negli anni seguenti gli esponenti del regime hanno ripetutamente affermato di aver annientato il PMOI/MEK e la Resistenza Iraniana migliaia di volte, ma sono stati frustrati dai 14 anni di ferma perseveranza dei Mojahedin ad Ashraf e a Camp Liberty.

Due giorni fa è stato il terzo anniversario dell’esecuzione di massa di 52 membri del PMOI ad Ashraf. Durante il raid compiuto per ordine di Khamenei, sette persone, tra cui sei donne, sono state prese in ostaggio. A tutt’oggi non si hanno informazioni su questi ostaggi.

Il massacro ad Ashraf faceva parte di un piano più vasto del regime iraniano per annientare i Mojahedin (PMOI o MEK). Ma il piano è fallito e oggi, ancora una volta, i leader del regime sono preoccupati soprattutto dello status dei Mojahedin (PMOI o MEK) in Iran e tra il loro popolo.

Cari compatrioti,

Ventotto anni dopo il massacro dei prigionieri politici, il movimento per ottenere giustizia per loro e l’ondata di un generale rispetto e di ammirazione nei loro confronti, attestano una verità fondamentale. La verità che il sangue di quelle anime pure scorre ancora nelle vene della nostra nazione. Neanche una goccia è andata sprecata. La loro sofferenza e la loro perseveranza non sono state vane.

Quella verità che le false dichiarazioni dei mullah e dei loro complici che la resistenza per la libertà sia inutile, sono state screditate. Quelli che hanno coperto il massacro, o che hanno tentato di giustificarlo e di legittimarlo, o che ne hanno incolpato i Mojahedin (PMOI o MEK) sono ora esposti al ridicolo dalla storia.

Essi pensavano che nessuno avrebbe mai udito le grida di quei combattenti per la libertà dalle forche e dai luoghi di esecuzione. Essi pensavano che l’espressione ultima dell’umanità e dell’onore potesse essere sepolta nelle camere dalla tortura e nelle celle.

Ma lo splendore del sole della verità si è levato dalle profondità delle carceri, dal buio dei cortili per le esecuzioni, dai veicoli che hanno trasportato corpi ricoperti di sangue e dalle fosse comuni ricoperte di calce e cemento, perché la risolutezza e il sacrificio per la libertà non possono essere né annientati, né negati.

Oggi, le loro sofferenze e la loro lotta sono culminate nell’impasse del regime e nell’apertura della via verso la libertà.

Questa perseveranza ha portato frutti nella forza e nel progresso del movimento di resistenza, nel 51° anniversario della fondazione dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI o MEK) e porterà ad una repubblica di libertà e di uguaglianza. Una repubblica basata sulla separazione tra religione e stato, sulla parità tra donne e uomini, sui pari diritti e autonomia per le minoranze etniche nell’ambito di un Iran unito e sull’abolizione della pena di morte.

La storia ci rivela sempre la grandezza degli uomini e delle donne che l’hanno fatta. E questi 30.000 hanno fatto la storia nel cammino dell’Iran verso la libertà.

Viva la libertà!

Viva i martiri!

Viva il popolo dell’Iran!

 

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