venerdì, Gennaio 27, 2023
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Il discorso di Ed Rendell, 45° Governatore della Pennsylvania e Presidente del Partito Nazionale Democratico durante le elezioni presidenziali del 2000

Abbiamo cercato con tutte le nostre forze di realizzare molte cose. Tutti voi, tutti noi qui e i molti altri amici dei residenti di Campo Ashraf in questo Paese, i molti generali, i molti funzionari eletti, i molti professori, abbiamo cercato con tutte le nostre forze di influenzare l’andamento delle cose ma non ci siamo ancora e ogni volta che vengo qui dispero al punto in cui siamo. Ora, normalmente io parlo in coda al programma. Sto parlando all’inizio. Devo tornare a Philadelfia. Sta uscendo un mio libro, il primo, e dopo l’esperienza di aver scritto il mio ultimo libro, sta proprio uscendo e io devo essere in un live show in televisione alle 14:00 a Philadelphia. Il mio libro si chiama proprio “Una nazione di pappamolle”, che vuol dire qualcuno che ha paura di fare ciò che è giusto, paura di agire secondo le proprie convinzioni. Se la fanno sotto, come dicono i ragazzi.
Davvero è interessante, stavo pensando a ciò che avrei detto oggi e ci sono alcune cose sostanziali che voglio dirvi. E riguardano esclusivamente due agenzie o due istituzioni per le quali nutro un enorme rispetto e che non sembrano essere disposte a manifestare la certezza delle loro convinzioni e fare le cose giuste, e queste sono le Nazioni Unite e gli Stati Uniti d’America. Sono cresciuto credendo che queste due istituzioni fossero la speranza del mondo e, in entrambi i casi, gli Stati Uniti e le Nazioni Unite, non hanno fatto la cosa giusta per i residenti di Campo Ashraf. Non l’hanno fatta.
Gli Stati Uniti hanno una particolare responsabilità perché noi abbiamo fatto un contratto con i residenti di Ashraf. Ogni singolo residente ha un contratto firmato da noi che dice “noi vi proteggeremo, se consegnerete le armi, noi vi proteggeremo”. Loro hanno consegnato le armi. E voi avete sentito dal Generale Phillips e da altri che il disarmo fu totale. Il Colonnello Martin approfondirà questo argomento oggi. Hanno consegnato le armi. Noi abbiamo rispettato il nostro obbligo di proteggerli? No. Nel 2009 non l’abbiamo fatto e nel 2011 non l’abbiamo fatto. Il risultato è stato che 47 persone sono morte e centinaia di più sono state gravemente ferite. Ora, mentre si combatte per la sorte dei rimanenti 3400 residenti di Ashraf, gli Stati Uniti non stanno agendo con il coraggio delle loro convinzioni.
Sono entrate in scena le Nazioni Unite e ci è stato detto dal nostro stesso governo, dal Dipartimento di Stato, che il MOU era stato firmato tra le Nazioni Unite e il Governo dell’Iraq, e che il MOU avrebbe provveduto ai residenti di Ashraf per assicurare che sarebbero stati messi in un posto che avrebbe rispettato le condizioni umanitarie. In un posto che gli avrebbe permesso di portare con sé le loro proprietà personali, di portare le loro automobili. Che ci si sarebbe presa cura di loro in ogni modo. Ma il MOU è stato costantemente violato e non è stato all’altezza della situazione praticamente in nessun modo o forma che si possa concepire. E ancora, non facciamo niente. Gli Stati Uniti non fanno niente e le Nazioni Unite non fanno niente. Noi non facciamo niente per renderlo un accordo equo.
Diamo un’occhiata a ciò che hanno fatto i residenti di Campo Ashraf. Grazie alla leadership di Madame Rajavi, ogni volta che ci è stato chiesto di fare qualcosa, abbiamo accettato. Talvolta siamo scesi a compromessi sulle cose che volevamo fare. Come molti di voi sanno, ci sono sei o sette di noi che costantemente una volta a settimana chiamano al telefono l’Ambasciatore Fried, il Vice Segretario di Stato, e discutono le mosse. E l’Ambasciatore Fried ci dice: “…. bene,  dovete parlare con Parigi e ottenere che facciano questo, questo e questo”. Noi telefoniamo e parliamo con Parigi o lo facciamo via e-mail e portiamo Parigi ad accettare un compromesso dopo l’altro. E poi Parigi deve convincere i residenti di Ashraf.  Lo fanno non perché gli piace, non perché pensano che sia giusto, ma perché credono nella missione nella sua globalità. Loro vogliono lasciare l’Iraq. Vogliono andare in un posto dove possano essere liberi in quanto individui e non vivere nella paura e pensano che questi compromessi li porteranno là.
Ma ogni volta che facciamo un compromesso, l’altra parte, il Governo dell’Iraq che prende ordini da Tehran, non rispetta la sua parte del patto. Abbiamo visto un convoglio dopo l’altro. Abbiamo sentito dal Dipartimento di Stato: “Lasciamo che si trasferisca questo convoglio e poi ci occuperemo di questi problemi. Dopo che questo convoglio è partito, perché se non si trasferisce questo convoglio può accadere qualcosa di brutto”. Ecco quello che sentiamo sempre. Può accadere qualcosa di brutto. Non eravamo così preoccupati che potesse accadere qualcosa di brutto nel 2009 e nel 2011. Quando è successo il fatto del 2009, non abbiamo riposizionato le truppe americane per rispettare il nostro accordo di proteggere i residenti di Ashraf, vero? Ma siamo preoccupati che possa accadere qualcosa di brutto. Che questo accordo possa fallire. Per questo ci è stato chiesto di scendere a compromessi. A loro non è mai stato chiesto di rispettare la loro parte del patto.
Proprio recentemente, credo pochi giorni fa, Madame Rajavi ha scritto a tutti noi, ai suoi amici in America, perorando la causa dei residenti di Campo Ashraf e quella della rimozione dalla lista nera. Ci ha chiesto di assicurarci che vengano fatte sette cose. Voglio leggervele. Penso che molti di voi già le conoscano. Per quelli che non le conoscono, voglio leggervele perché quando le avrete sentite, rimarrete scioccati.
Uno: vuole che Campo Ashraf venga perquisito ora dalle forze degli Stati Uniti o delle Nazioni Unite. Perché? Così si potrà impedire che una volta che i residenti di Ashraf se ne saranno andati, si potrà impedire che si mettano delle armi nel campo e che questo venga usato come scusa per fare qualcosa contro i residenti di Ashraf. Abbiamo visto l’avvocato del nostro Dipartmento di Stato praticamente ingannare la Corte dicendo che il Dipartimento di Stato non era convinto che ci fosse stato un disarmo completo. Il Colonnello Martin, il Generale Phillips ed altri sono usciti dai gangheri perché erano loro i responsabili della supervisione del disarmo e fortunatamente hanno detto pubblicamente: “… Si, noi possiamo dirvi che il disarmo fu totale perché abbiamo supervisionato la cosa, generali e colonnelli americano hanno supervisionato. L’avvocato del Dipartimento di Stato non ha detto la verità. Noi abbiamo scritto al Dipartimento di Giustizia chiedendo loro di informare la Corte che ciò che il loro avvocato aveva detto era scorretto, il Dipartimento di Giustizia ha tergiversato e non ha fatto niente. Ecco come funziona. Madame Rajavi vuole un’ispezione del campo da parte di osservatori indipendenti in modo che possano attestare che non ci sono armi, così dopo questo fatto gli iracheni non potranno entrare e metterci loro le armi e usare questo come giustificazione.
Secondo: vuole che venga stipulato un accordo prima che parta il 6° convoglio, che ci sarà un numero adeguato di veicoli di servizio per il trasporto dell’acqua, del carburante e dei liquami. Facile essere d’accordo. Ricordate il quinto convoglio, i veicoli di servizio, sono partiti da Ashraf alla volta di Liberty ma a metà strada, gli è stato detto di tornare indietro e così non sono potuti andare a Camp Liberty.
Numero tre: i disabili. Madame Rajavi ha richiesto sei containers alloggio e tre veicoli con equipaggiamento speciale per accudire i residenti disabili di Ashraf una volta che si saranno trasferiti a Liberty.
Numero quattro: che Camp Liberty venga più velocemente possibile allacciato alla rete elettrica e idrica della città di Baghdad così non ci si dovrà preoccupare di portare le autobotti. Non ci si dovrà preoccupare dei generatori, dato che otterremo l’elettricità e l’acqua da Baghdad come qualunque altro cittadino.
Numero cinque: spazi verdi per lo svago, tende per il sole. Costruzione di marciapiedi in modo che i residenti più anziani e i disabili possano camminare liberamente senza paura di inciampare e cadere.
Numero sei: la garanzia che le proprietà immobili e ciò che rimane ad Ashraf delle proprietà personali, possa essere venduto. Infatti c’è un uomo d’affari iracheno  che ha fatto una proposta ragionevole per queste cose, ma il governo della Repubblica dell’Iraq si rifiuta di far procedere questo accordo. Si rifiuta di far rimuovere le proprietà dai commercianti e che questi diano il denaro ai residenti di Ashraf.
Settimo: la garanzia che, specialmente alla luce del viaggio a Tehran dell’Ambasciatore Kobler, la garanzia che il governo iraniano non avrà possibilità di parola sulle disposizioni che riguardano i residenti e sul loro destino.
Ora, Madame Rajavi come sapete, è un’ottima oratrice e spesso conia delle espressioni assolutamente precise. Lei dice alla fine “….. credo che la cosa più lampante di questa lista sia la modestia”. Cioè a dire: non stiamo facendo richieste assurde. Queste sono richieste fondamentali, semplici e lo abbiamo detto all’Ambasciatore Fried, ed io credo che ci sia un accordo tra tutti quelli a Parigi: a meno che queste richieste non vengano soddisfatte, non verrà inviato il 6° convoglio. Perché se mandiamo il 6° convoglio e poi l’ultimo convoglio e tutti sono a Liberty, perdiamo ogni capacità di influenza che ci è rimasta.
Perciò è arrivato il momento per noi di prendere posizione, ed è tempo per il Stati Uniti di prendere posizione, e per le Nazioni Unite di prendere posizione e di far rispettare il MOU e dire all’Iraq che è obbligato a farlo, quel momento è adesso. Non c’è più tempo per le scuse. Perché guardate cosa è accaduto. Il governo iracheno è stato minaccioso, malvagio e crudele non per un suo scopo. Non per risparmiare soldi. Non per ragioni strategiche o di sicurezza. Considerate alcune delle cose che sono accadute da quando ci troviamo in questo processo di trasferimento dei residenti. Numero uno: quando i veicoli sono arrivati a Liberty, non è stato consentito di usare i muletti per scaricare il materiale pesante. Sarebbe stato facile. Invece, i residenti hanno dovuto farlo accuratamente a mano. Perché non lasciargli usare i muletti? Come può questo danneggiare la sicurezza della Repubblica dell’Iraq o costarle del denaro? Siamo disposti a pagare noi. E’ malvagio e crudele.
Poi, abbiamo sentito di tutte le difficoltà per far arrivare l’acqua. L’Ambasciatore Kobler ha detto che l’acqua verrà allacciata più o meno prima del Ramadan. Cioè fra due mesi. Ci è stata detta la stessa cosa, arriverà il mese prossimo. E’ assolutamente ridicolo. I residenti di Ashraf hanno detto “… lasciatelo fare a noi. Noi possiamo allacciarci l’acqua da soli. Non possiamo allacciare l’elettricità. Ma possiamo allacciare l’acqua da noi senza nessun costo per voi”. Non ce l’hanno lasciato fare? Perché? Come ha detto McColm, perché? Non c’è alcuna spiegazione.
Per l’elettricità la stessa cosa: “Vedremo, ci stiamo lavorando”. E ancora, allo stesso tempo non  è permesso acquistare carburante dall’Iraq. Bisogna andare fuori dal Paese per comprare carburante a costi oltraggiosamente alti. Stanno esaurendo le risorse. Perché? C’è una qualche ragione? C’è qualunque cosa che si possa pensare e da cui il governo dell’Iraq possa trarre un beneficio a parte il fatto di essere malvagio, crudele e tormentatore e che  esegua gli ordini di Tehran?
L’ombra, qualcosa tanto semplice quanto basilare per gli esseri umani. Avente sentito McColm parlare di temperature di quasi 50°C. All’inizio avevano accettato di permettere di portare nel campo le tende. I residenti avevano comprato le tende, sono state fatte arrivare all’ingresso del campo e poi fatte tornare indietro e i residenti non hanno potuto riavere il loro denaro perché le avevano già pagate. Non è stata colpa della ditta. Sono  state fatte tornare indietro e non c’è ombra con una temperatura di quasi 50°C
Ci sono 300 condizionatori d’aria, condizionatori d’aria funzionanti, ad Ashraf. I residenti di Ashraf volevano portarseli. I condizionatori che sono a Liberty  non funzionano. Il governo iracheno ne ha fatto piazzare qualcuno, e hanno detto che non funzionano. Non gli hanno lasciato portare i condizionatori d’aria.
Non c’è abbastanza carburante per rifornire le poche auto che sono a Camp Liberty e non è permesso ingaggiare una ditta esterna per spargere l’isetticida per gli insetti, i serpenti ecc. nessuna di queste cose è strategicamente importante. Serve solo creare pressione ai residenti per chissà quale ragione. E’ difficile da immaginare. Forse vogliono che molti residenti alzino le mani e dicano  “… ritornerò in Iran. Io non voglio tornare indietro. Ma se dobbiamo vivere qui per i prossimi due o tre anni, forse andremo”. E questo soddisferà gli scopi del regime di Tehran per chissà quale ragione.
Perciò io penso, senza ombra di dubbio, che sia tempo per noi di porre un limite a tutto questo. E’ tempo per noi di dire al governo degli Stati Uniti e di dire alle Nazioni Unite di non coccolare più il governo dell’Iraq. E’ tempo per noi di non essere pappamolle. E’ ora di alzarci e fare ciò che è giusto. Fare in modo che ci siano delle condizioni umanitarie in ogni modo, maniera oforma; ombra, acqua, aria condizionata. Le cose fondamentali necessarie per sopravvivere.
E’ tempo per noi di insistere che il governo dell’Iraq si attenga al MOU, quel Memorandum di Intesa che ha volontariamente e liberamente firmato. E’ ora che le Nazioni Unite dichiarino Camp Liberty un campo per rifugiati, non un luogo di transito temporaneo, ma un campo per rifugiati. E’ una barzelletta chiamarlo luogo di transito temporaneo. Da quanti mesi sono là alcuni residenti? Sono quasi cinque mesi e non c’è stata una persona a cui sia stato consentito di espatriare, ancora neanche una. Non c’è neanche una persona che abbia completato la procedura. Assisteremo, se le cose si velocizzeranno immediatamente, assisteremo ad una procedura che durerà due o tre anni. Questo non è un luogo di transito temporaneo. Questo è un campo per rifugiati. Ma se l’ONU lo classificherà come campo per rifugiati, certi diritti dovranno essere riconosciuti ai residenti di questo campo, cosa che per qualche ragione l’ONU non vuole fare perché ha paura, per chissà quale ragione, del governo dell’Iraq.
Bisogna toglierli dalla lista e come ha detto McColm, a questo punto tocca a noi. Tocca a tutti voi, cittadini americani dire forte e chiaro: “Bene, noi abbiamo fatto ciò che ci avete chiesto, ora toglieteci dalla lista. Toglieteci dalla lista in modo che possiamo accelerare la procedura per fare accettare i nostri residenti dagli altri paesi. E’ ora di accelerare questo processo. L’Ambasciatore Fried ci ha detto la scorsa settimana al telefono che gli Stati Uniti inizieranno la procedura per queste persone a Giugno. Di nuovo, lo abbiamo già sentito. Voi lo avete già sentito. La Francia, l’Inghilterra, dove sono le nazioni del mondo? Sono stufo, senza offesa, ma leggere tutte queste lettere dai membri del Parlamento Europeo ecc., su quello che sta succedendo, essere tutti noi qui screditati da ciò che sta succedendo. C’è bisogno di agire e l’unico modo di agire è che gli Stati Uniti dicano alla Repubblica dell’Iraq basta – cerco di metterla in un modo da poterlo dire pubblicamente – basta.
Sto cercando, ho tutte le parole in testa – basta essere timorosi. (E’ il meglio che posso fare). E’ ora di rispettare il tuo accordo. E’ ora di smetterla di essere così ingiustificatamente malvagi, crudeli e meschini. E’ ora di far vivere le persone in condizioni umane. Loro hanno fatto tutto ciò che gli avevate chiesto. Parigi non ha fatto nulla. I residenti non hanno fatto nulla. E’ ora di avere un minimo di giustizia. Io sono cresciuto credendo che gli Stati Uniti e le Nazioni Unite fossero i i sostenitori fondamentali e ultimi della giustizia imprescindibile. I sostenitori di ciò che è giusto, equo e onesto. Per dare alla gente le prerogative fondamentali a cui ha diritto. 
Vi voglio promettere questo: noi siamo stati minacciati, la maggior parte di noi, ma come abbiamo detto quando sono venute fuori per la prima volta le citazioni, noi non ci fermeremo. Si è andati molto oltre rispetto a come si è cominciato. E’ stato uno sforzo umanitario da parte di tutti noi all’inizio e andremo fino in fondo. Posso solo augurarmi di aver fatto qualcosa, io individualmente e tutti noi complessivamente, le persone che sono qui oggi e quelli che non ci sono, si sono assicurati quel tipo di applauso. Noi abbiamo tentato e continueremo a tentare e saremo implacabili e ci alzeremo e verremo ascoltati, ma dobbiamo riuscire nel nome di Ashraf.

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