domenica, Dicembre 4, 2022
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Il diplomatico del regime iraniano rifiutato dagli U.S.A. implicato in un omicidio in Italia

Fonte:Telegraph.co.uk

di Damien McElroy, Tom Kington e Ahmed Vahdat

Il diplomatico iraniano che l’America di rifiuta di accettare come prossimo ambasciatore di Tehran alle Nazioni Unite, è stato implicato nella morte di un dissidente iraniano a Roma negli anni ’90, rivelano documenti del tribunale acquisiti dal “The Daily Telegraph”.

 

Hamid Aboutalebi è stato accusato di aver organizzato il presunto assassinio, eseguito da agenti iraniani, di Mohammad Hossein Naghdi a Roma nel 1993, quando era ambasciatore iraniano in Italia.

La Casa Bianca ha dichiarato martedi la nomina di Aboutalebi a capo della delegazione della Repubblica Islamica all’ONU “non praticabile”, annunciando di fatto che questi non avrebbe ottenuto il visto per entrare negli Stati Uniti.

L’Iran ha reagito rabbiosamente all’annuncio di Jay Carney, il portavoce della Casa Bianca, giunto dopo che il Senato U.S.A. aveva adottato una risoluzione che chiedeva  all’amministrazione Obama di negare il visto ad Abutalebi per essere stato uno dei terroristi che assaltarono l’ambasciata americana dopo la rivoluzione del 1979.

In realtà, le accuse contro Abutalebi sono molto più recenti. Alcuni documenti del tribunale, comprese delle trascrizioni di interrogatori condotti dai Carabinieri durante le indagini sulla morte di Naghdi, lo accusano di aver avuto un ruolo chiave in operazioni segrete negli anni ’90.

Naghdi, era un ex-diplomatico iraniano che lavorava all’ambasciata di Tehran a Roma durante il governo dello Scià. Nel 1982, furioso per la repressione dei dissidenti dopo la rivoluzione, si dimise e si unì al gruppo di opposizione dei Mojahedin del Popolo, odiati dalla Repubblica Islamica.

A Naghdi spararono in una strada di Roma e il caso del suo omicidio non è mai stato risolto.

Le indagini su questo caso sono continuate fino al 2008, quando la Corte di Cassazione di Roma ha pubblicato delle prove, acquisite dal “The Daily Telegraph”, attestanti che lo stato iraniano aveva ordinato la sua morte.

Abolghasem Mesbahi, un ex-agente dell’intelligence iraniano con base in Germania, testimoniò alla polizia durante le indagini, che l’agente inviato da Tehran per uccidere Naghdi era sotto la supervisione e il controllo in Italia di Abutalebi.

Mesbahi disse che l’ambasciatore era coinvolto nella missione insieme ad Amir Mansur Assl Bozorgian, capo dell’intelligence iraniano a Roma.

“L’esecuzione fu pianificata da figure politico-religiose di alto livello a Tehran e il compito affidato ad un gruppo inviato appositamente in Italia, coordinato in loco dall’accusato Bozorgian, nella sua qualità di capo dell’unità logistica e informativa (ovviamente segreta) che rispondeva direttamente alla rappresentanza diplomatica iraniana nel nostro paese, in particolare all’ambasciatore Abutalebi”, secondo il giudizio sommario emesso il 16 Dicembre 2008.

A ciò si aggiunge il fatto che Abutalebi e Naghdi si conoscevano già precedentemente e che l’ambasciatore si trovava nel paese al momento della sua morte.

“A causa della sua conoscenza di diversi anni con la vittima, l’ambasciatore aveva i mezzi per eseguire questa condanna a morte senza alcun rischio. Inoltre un tale progetto, se attuato in questo modo, sarebbe stato conveniente per i suoi obbiettivi personali ed una sua promozione”, si aggiunge.

La corte ha riconosciuto che la polizia italiana non riuscì a stabilire che i presunti assassini fossero entrati in Italia per portare a termine l’attacco ed ha lasciato il caso aperto.

Carney ha utilizzato un linguaggio diplomatico decisamente forte per indicare che gli Stati Uniti avebbero fatto il raro passo di negare un visto U.S.A. ad un diplomatico straniero nominato alle Nazioni Unite a New York. 

“Abbiamo informato il Governo dell’Iran che questa eventuale scelta non è praticabile”, ha detto.

Questa reazione negativa degli Stati Uniti si è concentrata sul ruolo di Abutalebi il quale fece da traduttore al gruppo di studenti radicali che tennero 52 americani in ostaggio per 444 giorni a Tehran.

I funzionari iraniani hanno ribadito che Abutalebi, che è stato negli ultimi anni consigliere del ministro per gli affari esteri, è uno dei migliori diplomatici dell’Iran.

“Abbiamo annunciato agli americani che abbiamo nominato uno dei nostri più esperti  e coerenti diplomatici per questa carica all’ONU”, ha detto Mohammad Zarif, il ministro degli esteri. “Decideremo secondo il caso come scegliere il metodo migliore per seguire questa questione in base alle procedure ONU disponibili. Il Governo degli Stati Uniti è ben cosciente che questo comportamento non è in alcun modo accettabile dalla Repubblica Islamica”.

Il “The Daily Telegraph” ha sottoposto le accuse che vedrebbero Abutalebi legato alla morte di Naghdi a Marziyeh Afkham, portavoce del ministro degli esteri, ma i funzionari iraniani non hanno risposto.

Questo impasse rischia di mandare a monte il tentativo di disgelo nelle relazioni U.S.A.-Iran iniziato quando Hassan Rouhani è divenuto presidente lo scorso anno.

I giornali iraniani hanno discusso sul perché il leader iraniano voglia mettere in pericolo la sua apertura nei confronti degli Stati Uniti, nominando un uomo dal passato così controverso. “Perché Rouhani, che sa molto bene che Abutalebi è stato coinvolto direttamente nell’assalto all’ambasciata americana nel 1979, lo ha scelto come suo inviato alle Nazioni Unite? Non ha calcolato che i rischi impliciti in una tale scelta avrebbero portato ad ulteriori tensioni con gli Stati Uniti?”, chiede un editoriale del Bulletin News.

“Sembra che ora gli siano rimaste solo due opzioni: o insistere sulla nomina di Abutalebi e scontrarsi con gli americani proprio mentre si cerca un riavvicinamento con loro, o fare un passo indietro mettendo in discussione l’indipendenza del nostro paese arrendendosi alle pressioni degli Stati Uniti”.

 

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