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Conferenza sulla situazione dei diritti umani in Iran e sul massacro dei 30.000 prigionieri politici del 1988 in Iran

Roma, 27 luglio – In una conferenza stampa tenuta nella sede del Partito Radicale in presenza dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già ministro degli Esteri, del presidente della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo Antonio Stango e di parlamentari italiani, è stato chiesto al Governo italiano di condannare il massacro dei prigionieri politici compiuto dal regime iraniano nell’estate del 1988 e di invitare formalmente l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran a formare una commissione di inchiesta e portare i responsabili di questo crimine contro all’umanità di fronte alla giustizia. 

Introduzione di Elisabetta Zamparutti

Questo incontro è stato organizzato con lo scopo di far conoscere all’opinione pubblica italiana un fatto di inaudita gravità che è diventato di dominio pubblico in Iran e a livello internazionale dopo una registrazione resa pubblica un anno fa, di quello che doveva essere il successore di Khomeini il quale denunciava la gravità di quella decisione presa nel 1988, attraverso una fatwa pronunciata dall’allora ayatollah Khomeini, di mandare a morte i prigionieri politici prevalentemente, oltre il 90%, appartenenti alla Resistenza Iraniana.

Questo è un fatto in cui sono state coinvolte personalità che attualmente ricoprono incarichi di massimo vertice nell’attuale governo presieduto da Rouhani e che anche nel corso della “tornata elettorale” iraniana ha avuto un rilievo, poiché lo stesso concorrente di Rouhani, Raisi, era coinvolto in questa “Commissione della Morte” che nel 1988 sostanzialmente ratificava la messa a morte di questi oppositori politici.

Di tutto questo, nonostante anche nella stampa internazionale se ne sia parlato, in Italia non c’è stata traccia, non se n’è parlato.

Credo che parlare del massacro del 1988 significhi anche parlare della natura del regime iraniano, della natura del governo del presidente Rouhani. Stiamo parlando di una personalità che viene accolta, ricevuta e salutata anche dai nostri governi come una figura moderata, in realtà si tratta di una persona che sicuramente era al corrente o comunque faceva parte di quell’establishment che nel 1988 si rese responsabile di questo massacro. Ma non possiamo dimenticare che sotto la presidenza del cosiddetto “moderato” Rouhani il numero delle esecuzioni capitali ha raggiunto cifre davvero impressionanti. Ad oggi le esecuzioni compiute del regime iraniano sono arrivate a 340 secondo un dato di Iran Human Rights Monitor e solo nell’ultimo mese le persone salite sul patibolo iraniano sono state ben 102. 

Ecco Sintesi degli interventi dei relatori:

Amb. Giulio Terzi: “L’importante messaggio ‎della Presidente Maryam Rajavi ha sottolineato, e lanciato un vibrato appello , all’affermazione-finalmente-della Giustizia e della Verità per le vittime dell’immenso e atroce massacro di trentamila prigionieri politici in Iran nel 1988.Nella storia contemporanea molti sono stati i regimi, i dittatori criminali che hanno a lungo beneficiato di apparente immunità per gli orrendi crimini da essi compiuti.Ma c’ e’ sempre un momento di risveglio del senso di giustizia radicato nell’essere umano e nelle nazioni.Da Norimberga a l’Aja,dai Tribunali sull’ex Jugoslavia a quelli sui crimini contro l’umanità in Africa,in Asia,nelle Americhe,dittatori e criminali si sono dovuti arrendere alla Giustizia e alla Verità voluta dalla comunità internazionale e dai popoli.In nessuno dei cinque continenti ci sono e ci dovranno mai essere zone franche di impunità. Ora è la volta dell’Iran.Centinaia di membri dei Parlamenti europei hanno chiesto in queste settimane,sostenuti da organizzazioni della società civile,da premi Nobel, di convincere i Governi ad agire alle Nazioni Unite. E il momento di avere giustizia sui fatti del 1988! Ma non solo.L’Iran sostiene in modo sempre più attivo la destabilizzazione dell’intero Medio Oriente e le organizzazioni terroristiche, e le milizie, che fanno il suo gioco. L’IRGC è la chiave di volta della strategia iraniana.Come tale e stato giustamente inserito nella lista decisa dal Congresso americano sulle Organizzazioni terroristiche.Lo stesso deve fare l’Europa.”

Riccardo Noury portavoce di Amnesty International: Le cose che bisogna ricordare sul massacro del 1988 sono: prima di tutto la totale impunità di cui godono i responsabili a ventinove anni di distanza e la presenza all’interno del sistema giudiziario iraniano di persone che hanno avuto un ruolo nell’ideazione, nella pianificazione e nell’esecuzione di questo massacro.

La seconda cosa è che i parenti delle vittime del massacro del 1988 che chiedono giustizia subiscono ancora persecuzioni, come Mansoureh Beqish che quest’anno è stata condannata a sette anni e mezzo di reclusione con l’accusa di collusione per minacciare la sicurezza nazionale e del classico reato di “propaganda contro il sistema”, solo per aver portato dei fiori a Khavaran, su una delle tante fosse comuni dove ci si reca per rendere omaggio ai propri cari uccisi nel 1988. Anche Maryam Akbari Monfared, già condannata a quindici anni di carcere per il reato di moharebeh (dichiarare guerra a Dio), solo per aver chiesto giustizia per i suoi cari uccisi nel massacro del 1988 ha subito ritorsioni, come la negazione di cure mediche adeguate, la minaccia dell’aggiunta di altri tre anni alla sua pena e di trasferirla in una prigione in un luogo remoto.

Particolarmente grave è un fatto che Amnesty International ha potuto verificare attraverso delle immagini e cioè l’eliminazione della memoria del massacro distruggendo ciò che ne rimane: le fosse comuni. Questo è un atto vile ed offensivo che rientra in quella politica del “non parlare” del massacro del 1988.

In occasione del 20° e del 25° anniversario Amnesty ha chiesto alla comunità internazionale attraverso tutti gli organi competenti in materia di diritti umani di agire attraverso commissioni di inchiesta, risoluzioni a disposizione di questi meccanismi per spezzare questa impunità.

Per quanto riguarda l’Italia credo che, dato che l’anno prossimo sarà il 30° anniversario di questo massacro, bisognerebbe portare una conferenza come questa all’interno delle istituzioni, farla dentro al Parlamento non solo come atto simbolico, ma per far vedere che le istituzioni danno seguito all’impegno dei parlamentari.

Antonio Stango presidente della Lega Internazionale per Diritti dell’Uomo:  Da anni di studio della situazione dei diritti umani in Iran non possono che confermare che l’Iran è uno dei paesi con le violazioni più gravi e più sistematiche di tutti i diritti umani, del mondo. Ma oltre alle violazioni dei diritti umani l’Iran esercita, da quando si è imposto il regime degli ayatollah, azioni di esportazione del terrorismo, di finanziamento diretto a organizzazioni terroristiche della regione, come Hezbollah e Hamas, di intervento con truppe armate e finanziate, le milizie sciite, in diverse zone dell’area. Inoltre molti analisti concordano sul fatto che la nascita e la crescita dell’ISIS sia stata notevolmente favorita, se non addirittura determinata, dalle durissime repressioni delle milizie sciite contro la popolazione sunnita in Iraq.

Il fatto che i governi abbiano rapporti con un paese che, oltre ad essere quotidianamente responsabile di gravissime e sistematiche violazioni dei diritti umani, reprime con durezza qualunque forma di dissenso, come le proteste degli studenti del 2009, desta grande preoccupazione in coloro che si occupano di difesa dei diritti umani. E’ per questo che il governo italiano deve farsi carico di appellarsi ad organismi come l’Alto Commissariato dell’ONU per i Diritti Umani e al Consiglio di Sicurezza per cercare di portare di fronte alla giustizia i responsabili di questo crimine contro l’umanità.

On. Mariano Rabino: Per noi rappresentanti del parlamento, alla Camera e al Senato, è importante che si promuovano delle audizioni, delle mozioni parlamentari unitarie all’interno della Camera e del Senato portando informazioni sul massacro del 1988 come esempio emblematico di una strategia e di una filosofia di governo che contraddistingue il regime degli ayatollah a partire dalla rivoluzione di Khomeini. Noi siamo per la globalizzazione dei diritti umani, per la globalizzazione dello stato di diritto. Il mondo non si può più permettere, non deve permettere, pur esercitando tolleranza e laicità, che uno stato si ispiri ai principi della teocrazia. Che si governi in nome di Dio e, peggio ancora, che si mandino a morte delle persone in nome di Dio. Dobbiamo dire al nostro governo e alle nostre imprese che non c’è real politik, non c’è real business che tenga di fronte ad un regime che si comporta come quello iraniano. La strategia italiana, è stata quella di seguire l’America in questo tentativo di normalizzazione nei rapporti con il regime, certamente in buona fede. Ma è sotto gli occhi di tutti che questo tentativo non ha portato risultati dal punto di vista della proliferazione delle armi nucleari e soprattutto non ha portato alla sospensione delle esecuzioni dei prigionieri politici, delle impiccagioni sistematiche di tutti coloro che si oppongono al regime. 

Ora la politica americana con Trump sta cambiando strategia rispetto all’amministrazione Obama che aveva visto nell’Iran un elemento di stabilizzazione in Medio Oriente fallendo su tutta la linea. Perciò noi dobbiamo chiedere al nostro governo e al Ministro degli Esteri di intervenire per fare in modo che si continui su questa strada intrapresa dalla nuova amministrazione americana.

On. Nicola Ciracì: L’Iran è una nazione importante nella geopolitica internazionale e va osservato con occhi attenti. L’intervento dell’ONU è senz’altro una cosa importante, ma penso che dobbiamo cominciare a ragionare in modo diverso all’interno del nostro paese. Nel momento in cui l’Italia si è inchinata di fronte ai potenti dell’Iran credo abbia fatto una scelta compromettente, dal punto di vista delle relazioni internazionali. Credo che andrebbe fatta una lettera al nostro Presidente del Consiglio con l’ausilio dell’Amb. Terzi, del Partito Radicale e di tutti i parlamentari qui presenti oggi, per chiedere al nostro governo una virata a 360 gradi nella politica estera e soprattutto nei riguardi dell’Iran. C’è qualcosa che non va in una politica che guarda solo all’economia, o almeno presume di guardare solo all’economia, dato che mi sembra che neanche da quel punto di vista ci siano dei risultati importanti che almeno andrebbero a sopperire alle lacune e alle mancanze che ci sono sui diritti. Per questo io do’ la mia disponibilità ad una lettera aperta al Presidente del Consiglio nella quale si  chieda che si riaccendano i riflettori sui diritti umani, perché se la stampa se occupa davvero poco è perché la classe politica è disattenta anche su questo tema.

Sen. Stefania Pezzopane: Seguo da anni questo paese, l’Iran, le sue contraddizioni, il movimento di resistenza, ho partecipato come molti altri colleghi a molti incontri internazionali e da ognuno di questi incontri torno sempre a casa carica di voglia di rompere gli schemi, di manifestare la rabbia. Ma poi questa mia aspettativa viene delusa da una sorta di muro di gomma, che è un misto di omertà pubblica e civile, e anche del mondo dell’informazione, e di una difficoltà della politica a cimentarsi con la gravità della situazione. Ben venga una lettera aperta al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, ovvero ben venga tutto quello che è possibile fare  per sollecitare il governo e il parlamento ad una maggiore attenzione a quello che accade in Iran in generale, ovvero una quotidiana, costante violazione dei diritti umani più elementari, da parte di un governo e di un regime teocratico e misogino che costantemente viola i diritti umani, in particolare i diritti delle donne. In generale con l’utilizzo smodato della pena capitale e carceraria con la quale terrorizza la popolazione. Il tema di questa conferenza stampa è chiaro ed esplicito: attivarci nei confronti degli organismi internazionali, del Consiglio di Sicurezza e delle altre istituzioni che devono non solo vigilare ma condannare le violazioni dei diritti umani. E di qui lo stupore per ciò che accadde nel 1988 e che ancora oggi non trova una definizione di vero e proprio genocidio. 

Credo che sollevare questo problema anche nella sede istituzionale, fare un incontro di una delegazione con le associazioni ed i parlamentari, con il Presidente Grasso e la Presidente Boldrini, perché ci sia una sollecitazione anche dei vertici dei due rami del parlamento, credo che possa essere una proposta su cui lavorare insieme. 

Sen. Luigi Compagna: Purtroppo la politica italiana nei confronti dell’Iran, negli anni passati ha ricalcato quella americana dell’amministrazione Obama, il quale ha fatto in modo di dimenticare il passato per cercare un riavvicinamento con il regime iraniano attraverso l’accordo sul nucleare. La politica americana però ha sempre dimostrato una certa complessità nei suoi atti di politica estera, che l’ha portata a volte a commettere degli errori scegliendo l’interlocutore sbagliato, come nel caso del regime iraniano. Al contrario in  Italia si è riscontrata una sorta di appiattimento dal punto di vista politico, tanto che tutti, tranne i membri della Resistenza Iraniana, erano pronti ad accogliere con tutti gli onori il presidente Rouhani, se l’attentato di Parigi non avesse imposto un rinvio della sua visita in Italia. Rouhani che ha fatto tanto parlare la stampa per l’episodio delle statue coperte, quella stessa stampa che invece non scrive una riga se si parla dei diritti umani o del massacro del 1988. Purtroppo tutto questo alla fine è frutto solo della convenienza economica che si intravvede nei rapporti con l’Iran, che ha portato grosse aziende italiane come l’ENI ad intraprendere la corsa alla firma dei contratti con l’Iran. 

On. Roberto Rampi: E’ stata una grande emozione essere a Parigi. E’ stata una grande emozione vedere un popolo a Parigi, vedere un popolo vero e vedere la leader di un popolo vero, vedere che esiste un popolo iraniano e una diaspora iraniana nel mondo che vuole e che può costruire una democrazia. Credo che la causa della diaspora iraniana e la possibilità di un cambio di regime in Iran a partire da una reale forza che esiste fuori dall’Iran e dentro l’Iran, democratica, che vuole costruire un paese democratico in Iran, sia una possibilità reale, credibile. Quindi la politica, quando vede una possibilità, deve mettersi al lavoro e costruire tutte le condizioni per aiutare e per dare la forza perché questa possibilità si avveri. La battaglia per i diritti umani e per l’abolizione della pena di morte non può non tenere conto del fatto che l’Iran è uno dei principali paesi da combattere, non solo in termini numerici, ma anche in termini di modalità, perché applica la pena di morte in modo da costruire un regno del terrore. Sono esecuzioni brutali, spettacolari che servono ad istituire un regime di terrore. Bisogna poi allargare l’adesione, al Senato e alla Camera, di parlamentari a sostegno del popolo iraniano e della diaspora iraniana per una democrazia in Iran.

Quando parliamo di Iran, parliamo di un grande soggetto destabilizzatore nel Medio Oriente, che interviene in tutte le vicende mediorientali producendo destabilizzazione e poi quella destabilizzazione è quella di cui piangiamo quando vediamo le tragedie o quando affrontiamo il dramma migratorio. La questione iraniana è uno di quei problemi da affrontare alla radice. Stiamo parlando di fratellanza, di vicinanza, di amore verso i nostri fratelli iraniani che soffrono, ma stiamo parlando anche degli interessi quotidiani del pensionato e del cittadino italiano a cui dicono che per risolvere i suoi problemi bisogna alzare dei muri, mentre invece bisogna produrre quel diritto alla conoscenza che gli permetta di capire che questo è un suo interesse diretto.