venerdì, Gennaio 27, 2023
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Teheran è sempre più determinata a sfruttare le tensioni in Svezia come una guerra tra musulmani e occidentali

Tensioni in Svezia in seguito alle proteste anti-Corano.
Negli ultimi giorni, diversi media statali iraniani hanno pubblicato articoli richiamando l’attenzione sui disordini in Svezia che hanno avuto origine dalla minaccia di un gruppo politico di estrema destra e anti-musulmano di tenere una manifestazione e bruciare copie del Corano a Stoccolma. Rasmus Paludan, il leader del gruppo, il cui nome si traduce in “Linea Dura”, non si è presentato alla manifestazione promessa, ma ha probabilmente raggiunto lo stesso il suo obiettivo con il risultato di lunghi e violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.
Seppure, il contesto di questa agitazione ha poco, o nulla a che fare con l’Iran, i funzionari del regime iraniano vedono in queste tensioni un’opportunità per promuovere la consueta narrativa della guerra tra “culture”, tra mondo islamico e Occidente. I media di stato, chiaramente, contribuiscono a diffondere tale interpretazione attribuendo la colpa al governo svedese e ad altre entità occidentali, mentre presentano il regime iraniano come un baluardo della giustizia.
Lo scorso martedì, l’agenzia di stampa della Repubblica Islamica (IRNA) ha diffuso la notizia, secondo la quale i musulmani sono stati “soppressi con il pretesto di difendere la libertà di parola”, e ha accusato la Svezia di “incoraggiare” gli attivisti di estrema destra semplicemente perché non è stato impedito con la forza il piano di “Linea Dura” di tenere una manifestazione pubblica nei pressi delle comunità musulmane. Nel frattempo, però, il regime iraniano continua a respingere le ricorrenti richieste di indagini e responsabilità relative alle proteste antigovernative che hanno avuto luogo in quasi 200 città iraniane nel novembre 2019.
È infatti doveroso ricordare come le autorità iraniane, guidate dal Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche, quasi immediatamente dopo lo scoppio della rivolta nazionale del 2019 non abbiano esitato neppure un istante ad aprire il fuoco sulla folla di manifestanti, uccidendone almeno 1.500.
Migliaia di altre persone sono state arrestate in mezzo alle sparatorie di massa, e molte di queste sono state poi sottoposte a mesi di torture sistematiche sotto la direzione della magistratura iraniana, allora guidata da Ebrahim Raisi, divenuto poi presidente nel 2021. Lo stesso Raisi, conosciuto meglio come il “macellaio di Teheran”, che ebbe un ruolo di primo piano nelle esecuzioni di massa di 30.000 prigionieri politici durante l’estate del 1988, un primo esempio del ricorso, da parte del regime, al dogma religioso come giustificazione della violenza politica.
Infatti, prima del massacro del 1988, l’allora leader supremo Ruhollah Khomeini dichiarò i sostenitori della “People’s Mojahedin Organization of Iran (PMOI/MEK)” colpevoli di “inimicizia contro Dio” e incaricò le commissioni della morte appena formate di “annientare immediatamente i nemici dell’Islam”. In recenti conferenze e pubblicazioni, per chiedere l’intervento della comunità internazionale, alcuni studiosi di Diritto hanno descritto quel massacro come un “genocidio”, commesso contro gli aderenti all’Islam che rifiutavano il fondamentalismo del regime.
Lo stesso sentimento di fondo si riflette ancora nella narrativa ufficiale del regime per quanto riguarda gli eventi attuali, ritraendo se stesso e i suoi aspiranti sostenitori come se fossero contemporaneamente sotto attacco da parte dei non musulmani nel mondo occidentale e da elementi “Takfiri” all’interno delle società tradizionalmente musulmane. In questo modo il regime disconosce pubblicamente la “bona fides” islamica dei suoi avversari ideologici, e spesso suggerisce che le entità occidentali, regionali e persino nazionali stanno cospirando contro il “vero” Islam incarnato da Teheran.
Infatti, le accuse di “cospirazione” sono state rese abbastanza esplicite quando Saeed Khatibzadeh, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, ha commentato la situazione in Svezia durante la sua conferenza stampa settimanale di domenica scorsa.
Secondo Khatibzadeh “gli insulti di Paludan e dei suoi sostenitori richiedono sempre più l’unità dei musulmani e dei Paesi islamici contro le cospirazioni dei nemici dell’Islam”, lasciando intendere che tale unità può essere raggiunta al meglio sotto la guida di Teheran. Nonostante gli eventi in questione siano lontani dall’Iran e dalla regione circostante, Khatibzadeh si è riferito ad essi come esempi di “sedizione”, un termine usato in modo diffuso dai funzionari iraniani in riferimento a varie grandi sfide alla loro presa sul potere, tra cui le rivolte del 2009, 2018 e 2019 che chiedevano esplicitamente un cambiamento di regime.
Una settimana prima, il ministro dell’Interno di Teheran Ahmad Vahidi ha utilizzato uno schema molto simile circa le recenti proteste all’Ambasciata iraniana a Kabul e al Consolato in Afghanistan, così come ai passaggi illegali di frontiera e ad altri incidenti che minacciavano di danneggiare le relazioni tra l’Iran e il nuovo emirato dalla linea dura dei talebani. “Questo è il complotto del nemico”, ha detto Vahidi, secondo l’IRNA, chiedendo ai talebani di impegnarsi a proteggere gli interessi del regime.
I funzionari iraniani e i media statali vogliono evidentemente far credere che gli incidenti violenti, visti come sfida all’obiettivo di dominio ideologico dell’Iran, sono radicati in Occidente, anche quando è più probabile che abbiano legami diretti o indiretti con i talebani o un’altra entità concorrente nel mondo musulmano. Questo è stato il caso, per esempio, quando Vahidi ha riferito di un attacco a colpi di coltello effettuato in un santuario di Mashhad da un uzbeko di etnia pakistana: “Questo amaro evento dimostra che il nemico non ha cessato i suoi sforzi per diffondere la discordia”.
Stessa interpretazione è stata utilizzata nel caso delle esplosioni che hanno colpito una scuola maschile a Kabul, uccidendo almeno sei persone e ferendone altre dodici. L’agenzia di stampa “Tasnim”, una voce da sempre vicina alle guardie rivoluzionarie, ha citato Saeed Khatibzadeh che accusava dell’attentato i “terroristi Takfiri” e altri “elementi anti-religiosi”.
Tuttavia, lo stesso rapporto ha sorvolato su di una terza esplosione nella stessa zona che ha colpito un centro di apprendimento della lingua inglese, il che farebbe intendere che la serie di attacchi potrebbe aver preso di mira l’influenza occidentale percepita, in netto contrasto quindi con la narrazione di Teheran di disordini deliberatamente istigati da un “nemico” occidentale.
È molto improbabile che ulteriori dettagli possano “alterare” questa narrazione. A dimostrazione di ciò, Teheran ha spesso condannato le autorità occidentali per essersi inserite negli affari regionali attraverso commenti pubblici sui recenti sviluppi, il ministero dell’Interno ha rapidamente risposto all’attacco con coltello di Mashhad dicendo che l’assenza di tali commenti ha dimostrato che gli Stati Uniti e i suoi alleati “sono tra i sostenitori di tali atti”. Questo conferma che da Teheran ci si può aspettare qualsiasi mistificazione della realtà per adattarla alla narrazione dominante, sia che l’incidente si verifichi sul suo territorio o lontano, in una nazione come la Svezia.

 

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