mercoledì, Dicembre 7, 2022
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Iran: Intervista esclusiva a Dowlat Nowruzi, rappresentante del CNRI nel Regno Unito

La rivolta in Iran ha ora superato il passaggio importante di due mesi consecutivi, riflettendo la determinazione della nazione a non fermarsi fino a quando il regime clericale non sarà abbattuto. Mentre molti esperti di geopolitica e osservatori delle vicende mediorientali cercano di immaginare quale sarà l’esito della rivolta, la Resistenza iraniana fornisce elementi di conoscenza dall’interno sulle radici socio-politiche degli attuali sviluppi per spiegare cosa potrebbe accadere.
Presentiamo un’intervista esclusiva con Dowlat Nowruzi, rappresentante del CNRI nel Regno Unito.
La signora Nowruzi è responsabile dell’ufficio di Londra della Resistenza iraniana da più di trent’anni, e ha condotto con successo molte campagne legali e politiche, interagendo con entrambe le Camere del Parlamento britannico.
Nell’intervista, spiega:
– lo stato della rivolta iraniana;
– le diverse prospettive e i possibili esiti;
– il paragone fra le dimostrazioni di massa attuali con quelle dell’epoca dello scià;
– il ruolo delle donne nel movimento rivoluzionario;
– il ruolo delle forze armate statali;
– la questione dell’alternativa al regime e dell’unità fra i gruppi di opposizione;
– la possibilità del caos in caso di vuoto politico quando il regime sarà caduto.
Di seguito il testo completo dell’intervista con la rappresentante del CNRI a Londra.

D: Quali pensa siano le prospettive delle attuali proteste in Iran?
La prospettiva è chiara dal nostro punto di vista, poiché ci sono condizioni obiettive per il cambiamento. La situazione in Iran è tale che il cambiamento è inevitabile. Prima delle recenti proteste, una narrazione era che il popolo dell’Iran non volesse un’altra rivoluzione. Questa era la narrazione promossa dal regime iraniano, dai suoi gruppi di influenza e dai sostenitori della politica di ‘appeasement’, ovvero di condiscendenza; ma oggi si è dimostrata falsa.
Certamente siamo di fronte a un regime oppressivo, e nulla può essere ottenuto automaticamente o spontaneamente. Il cambiamento in Iran non avviene rilasciando dichiarazioni a Parigi, a Londra o a Washington. È invece la forza della lotta sul terreno che opera contro la brutalità di questo regime. Ci attendiamo che il regime commetta ancora più repressioni e crimini. Ma crediamo che le condizioni non ritorneranno a quelle di prima della rivolta. Quindi, il rovesciamento del regime è più vicino di quanto sia mai stato prima.
D: Qual è la vostra strategia per il successo delle recenti proteste e del cambio di regime? Cosa dite a chi sostiene che il regime reprimerà le proteste anche questa volta?
Come sapete, la dittatura religiosa in Iran, che fa leva sul Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e sulla milizia Basij, ha scatenato brutalmente la violenza armata contro i manifestanti sin dal primo giorno della rivolta. Ha sparato proiettili veri e usato armi a pallini da caccia e ha picchiato fino alla morte molti manifestanti, in particolare donne che guidavano le manifestazioni.

La strategia della Resistenza iraniana di rovesciare il regime si basa sulle realtà della società iraniana e del regime stesso. Il regime aumenterà sicuramente la repressione, e questo è un parametro importante. Come ho detto, rovesciare questo regime, prima di tutto, richiede attivisti sul campo che siano pronti a sacrificarsi anche a rischio della propria vita. E come passo successivo, il punto chiave è organizzare queste forze.
La Resistenza iraniana ha una strategia multifattoriale che si basa sul popolo iraniano e in particolare sulla rete dei Mujahedin-e Khalq (MEK) all’interno dell’Iran, il cui punto focale sono le Unità di Resistenza.
Avere questa rete ci dà la possibilità di accedere alle informazioni e la capacità di organizzare proteste contro il regime in diversi strati della società, compresi anche gli scioperi, quando sarà il momento.
Le Unità di Resistenza sono la forza combattente di questa rete. La loro caratteristica è che sono composte da uomini e donne comuni nella società, inclusi studenti, lavoratori, infermieri, negozianti e dipendenti del governo che vivono nelle proprie case. Non sono ribelli segreti o clandestini. Piuttosto, sono presenti ovunque. Svolgono un ruolo attivo nell’organizzazione delle proteste, nel dirigerle e nel prolungarle. Grazie alla loro presenza nei diversi ambienti sociali, hanno ampie risorse e anche una grande flessibilità.
Oggi, queste Unità di Resistenza sono un fatto innegabile nella società iraniana. In un ordine riservato dell’IRGC del 19 ottobre 2022, che abbiamo rivelato, c’era la preoccupazione per un aumento delle “azioni dannose da parte degli elementi delle unità di resistenza ribelli del MEK” e si ordinava alle forze del regime di affrontarle. Il 31 ottobre, il consigliere giuridico del presidente del regime ha espresso la sua preoccupazione in modo diverso e ha affermato che il MEK “sta reclutando i giovani del Paese e, purtroppo, alcune persone nel Paese li stanno sostenendo”.
Nonostante l’atmosfera soffocante della repressione, queste Unità di Resistenza si sono ampliate di numero e hanno risolto le loro esigenze di comunicazione per azioni congiunte adattandosi alle condizioni esterne. In un anno, queste unità sono cresciute del 500% nonostante gli arresti diffusi. Negli ultimi anni, le Unità di Resistenza hanno svolto un ruolo qualitativo nella diffusione della cultura della Resistenza, soprattutto tra le giovani generazioni, attraverso le loro vaste attività. L’impatto di queste attività, compreso il rogo e la distruzione di immagini di Khamenei e Qassem Soleimani e di altri simboli del regime, è stato chiaramente visibile nelle proteste a livello nazionale degli ultimi 50 giorni.
L’espansione di queste unità ha anche consentito loro di formare proteste locali in diverse città delle varie regioni, impedendo così il concentramento di forze repressive. Abbiamo rapporti dettagliati che questa tattica e il proseguimento della rivolta per 50 giorni hanno causato seri problemi alle forze repressive del regime.
In un’intervista del 9 novembre, il ministro dell’Intelligence del regime, Esmail Khatib, ha evidenziato il ruolo di queste unità di resistenza e ha affermato che le recenti proteste hanno un disegno complesso e che il loro obiettivo è interrompere la concentrazione delle forze del regime. Questo è esattamente uno dei motivi principali della longevità delle proteste. L’11 novembre, l’Organizzazione di intelligence dell’IRGC ha invitato la popolazione a spiare il MEK e le unità di resistenza e raccogliere maggiori informazioni su di loro.
L’insoddisfazione è cresciuta tra i livelli inferiori delle Forze di Sicurezza dello Stato, e abbiamo visto alcune defezioni tra di loro. Quindi, per concludere: il regime può aumentare ancora di più la repressione, ci possono anche essere flussi e riflussi, ma le condizioni dell’Iran non torneranno a quelle precedenti a quando sono iniziate le proteste. Il punto importante è che gli attuali sviluppi, con il crescente numero di giovani che aderiscono alla Resistenza organizzata e, d’altra parte, la crescente disillusione all’interno del regime, comprese le sue forze repressive, sono espressione del movimento verso l’inevitabile spostamento degli equilibri di potere tra il popolo e il regime, che renderà il rovesciamento ancora più accessibile.
D: Ci sono massicce proteste in corso in Iran, ma possiamo aspettarci grandi manifestazioni di milioni di persone come le manifestazioni contro lo scià? Se la maggioranza della popolazione è contraria a questo regime, perché non ci sono manifestazioni di milioni di persone?
A causa della sua natura repressiva e dell’esperienza che ha raccolto dalla caduta della dittatura dello scià, questo regime farà del suo meglio per impedire manifestazioni di milioni di persone. Almeno 550 persone sono state uccise e più di 30.000 manifestanti sono stati arrestati dall’inizio dell’attuale rivolta. Durante la rivolta del novembre 2019, più di 1.500 persone sono state massacrate dalle forze repressive del regime nelle strade o impiccate in pubblico. E questo è un regime che ha giustiziato 120.000 prigionieri politici in quattro decenni, compreso il massacro di 30.000 prigionieri politici nel 1988 nell’arco di pochi mesi. Nel suo rapporto del 2018, Amnesty International ha definito quel massacro un “crimine continuativo contro l’umanità”.
Siamo di fronte a un regime che non conosce limiti nella repressione e nelle uccisioni e commette qualsiasi crimine per la propria sopravvivenza. Khamenei sa meglio di chiunque altro che se interrompe la tortura, le esecuzioni e la repressione, entro poche ore o, al massimo, pochi giorni milioni di manifestanti si riverseranno nelle strade di tutto l’Iran e il rovesciamento del suo regime sarà inevitabile. La sua politica è la massima repressione e la completa interruzione di Internet e dei canali di comunicazione al fine di impedire alla popolazione di unirsi e formare grandi manifestazioni.
Alla luce di ciò, siamo giunti alla conclusione che la strategia giusta per affrontare la repressione brutale è espandere lo spirito combattivo e l’organizzazione e, fortunatamente, abbiamo risultati preziosi in questo senso, i cui effetti vediamo nel proseguimento delle proteste in corso.
D: Le donne svolgono un ruolo di primo piano nelle proteste iraniane. Per quale motivo? Com’è possibile che le donne siano in prima linea e persino alla guida di questo movimento? E qual è la vostra posizione a questo riguardo?
A nostro avviso, le donne sono la forza trainante e la forza del cambiamento in Iran.
Per quanto riguarda le ragioni del ruolo guida delle donne nell’attuale rivolta in Iran, posso indicare tre parametri:
Il primo parametro è che la teocrazia dei mullah è un regime misogino, che negli ultimi quattro decenni ha oppresso maggiormente le donne. Per questo motivo, c’è molta motivazione tra le donne iraniane a cambiare il regime.
Il secondo parametro è il fatto che negli ultimi quattro decenni decine di migliaia di donne iraniane sono state imprigionate, torturate e giustiziate per motivi politici, soprattutto per la loro affiliazione al principale movimento di opposizione al regime.
Il terzo parametro è appunto la principale forza di opposizione dell’Iran, il MEK, che è stato guidato da donne per più di tre decenni. Le donne in questa organizzazione a tutti i livelli di leadership hanno dimostrato le loro capacità e competenze. La presenza di queste donne in una tale posizione ha avuto un impatto unico sulla società iraniana. Il MEK, sotto la guida delle donne, è l’antitesi del fondamentalismo sia in azione che in teoria.
Attualmente, il 57% dei membri del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI) sono donne e la presidente-eletta del CNRI è la signora Maryam Rajavi. E per quanto riguarda le nostre posizioni, la signora Rajavi ha annunciato anni fa che, a nostro avviso, il criterio per la democrazia e il progresso in ogni società è l’uguaglianza delle donne in diversi ambiti, specialmente in aree chiave e nel processo decisionale politico ed economico.
La nostra Resistenza, sotto la guida della signora Rajavi, ha visto progressi nel coinvolgere le donne nell’assumersi pesanti responsabilità e nel portarle nel processo decisionale e nelle posizioni chiave per la realizzazione della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza contro la dittatura religiosa. Questo movimento ha compiuto grandi passi avanti in questo senso.
Oggi, si possono vedere scosse di assestamento nel numero crescente di leader donne presso le Unità di Resistenza che hanno svolto un ruolo molto significativo nell’espansione e nella continuazione delle rivolte del popolo iraniano in più di 230 città e in tutte le 31 province dell’Iran.
D: Qual è il ruolo dell’esercito negli sviluppi in Iran? Alcuni dicono che è possibile rovesciare il regime solo se l’esercito sostiene il popolo. Qual è la sua opinione?
In Iran ci sono due gruppi di forze armate, uno è l’esercito regolare e l’altro è composto dall’IRGC, dalla milizia Basij e dalle forze di sicurezza dello Stato. Durante le proteste assistiamo all’insoddisfazione nel corpo delle forze sociali. In pratica, le principali forze repressive sono l’IRGC e i Basij, che per lo più entrano in scena in borghese e non con l’uniforme ufficiale dell’IRGC.
Nell’esercito regolare, ovviamente, il personale non ha nulla a che fare con il regime, anche se il regime ha nominato i suoi comandanti dalla sua cerchia e persino dall’IRGC.
L’IRGC è la forza più fedele e il pilastro principale per la sopravvivenza del regime. Aspettarsi che l’IRGC cambi la sua posizione è un miraggio e non corrisponde alla realtà dell’IRGC e della società iraniana. L’IRGC è un’appendice del governo clericale assoluto e diventa rilevante solo per l’esistenza della Guida Suprema. Dopotutto, però, l’IRGC è molto più debole di quanto sembri. È marcio nel suo nucleo. E non ha la forza di opporsi a una forza organizzata che fa affidamento sul popolo iraniano. L’equilibrio tra il popolo e il regime non è determinato dal numero delle forze armate. Lo scià aveva l’esercito più grande ed equipaggiato del Medio Oriente, ma fu comunque rovesciato dal popolo.
Nella storia dell’Iran, a differenza che in molti Paesi della regione, l’esercito non ha mai avuto un ruolo decisivo nel processo di sviluppo. Anche nel colpo di Stato del 1953 contro il governo nazionale del dottor Mohammad Mossadegh, il ruolo del fattore estero è stato determinante e l’esercito è stato utilizzato come strumento e non come elemento autonomo che agisce di propria iniziativa. Durante la rivoluzione antimonarchica, l’esercito era uno strumento al servizio della politica dell’élite dominante, quindi anche quando lo scià aveva praticamente perso il potere, l’esercito non svolgeva ancora un ruolo indipendente e fungeva da appendice alle politiche dell’organo di governo.
Il rovesciamento del regime è dovere del popolo e della sua Resistenza organizzata, ma ciò che la comunità internazionale, e soprattutto i Paesi europei, dovrebbero fare è elencare e sanzionare l’IRGC come entità terroristica. E devono riconoscere le lotte del popolo iraniano e il loro diritto a rovesciare questo regime criminale.
D: Un’altra domanda che viene sollevata riguarda l’alternativa a questo regime. C’è un’alternativa? Alcuni dicono che il problema sta nella mancanza di unità tra le forze di opposizione. Qual è la sua opinione?
L’unità delle forze di opposizione è uno degli elementi essenziali della Resistenza contro una dittatura sanguinaria, in particolare il fascismo religioso che governa attualmente l’Iran. Fin dal primo giorno, questa necessità ha plasmato la filosofia e la logica per la formazione del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran. Una coalizione di gruppi, organizzazioni e diverse tendenze politiche e rappresentanti di diverse nazionalità per rappresentare veramente una parte significativa della società iraniana il più possibile. Questa unità esiste già nelle strade. Gli slogan del popolo dal Kurdistan a Zahedan e a Teheran e in tutte le regioni dell’Iran sono gli stessi. Negazione della dittatura in qualsiasi forma, monarchia o teocrazia.
Il popolo iraniano ha avuto un’esperienza molto amara con la rivoluzione antimonarchica. Nella rivoluzione del 1979, il popolo voleva libertà, democrazia e giustizia. Ma sfortunatamente, a causa della soppressione delle forze democratiche da parte della dittatura dello scià, compresi i leader del MEK giustiziati o in prigione, Khomeini ha approfittato di questo vuoto e ha dirottato la leadership del movimento. A quel tempo, tutti chiesero a Khomeini quale fosse il suo piano e la sua risposta fu una frase: disse che allora non era il momento per questo tipo di discorsi, “tutti devono unirsi a tutti”. Era una bella frase, “unità tra tutti”. E disse che in seguito sarebbe andato a Qom e che non avrebbe avuto nulla a che fare con la politica. Quindi, non entrò nei dettagli e non presentò il suo programma e il suo punto di vista. Naturalmente, il MEK conosceva già il suo punto di vista reazionario, ma questo non era chiaro al grande pubblico.
Per questo motivo, la nostra esperienza è stata la necessità di formare una coalizione di diversi orientamenti politici. Lo slogan “tutti insieme” è attraente, ma dovrebbe basarsi su principi comuni concordati in cui tutti si impegnano. Ad esempio, la necessità di negare la totalità del regime con tutte le sue fazioni. Questo è stato un principio per il CNRI sin dall’inizio. Non potevamo lavorare con coloro che speravano ancora che la dittatura religiosa ne moderasse il comportamento.
Un altro principio è l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Per questo motivo, il CNRI ha annunciato fin dall’inizio che crediamo in un Iran libero e democratico in cui nessuno ha privilegi speciali sugli altri. Pertanto, respingiamo la dittatura dello scià e la dittatura religiosa.
Un altro principio è la trasparenza. Fin dall’inizio, il CNRI ha annunciato le sue opinioni e i suoi piani sulle questioni vitali che deve affrontare la società iraniana. Ad esempio, il CNRI era contrario alla continuazione della guerra Iran-Iraq dopo che l’Iraq non era più nel territorio iraniano. Questa fu una guerra non patriottica e Khomeini, con lo slogan di conquistare Gerusalemme attraverso Karbala, gettò centinaia di migliaia di persone, compresi studenti e bambini, sui campi minati. Siamo orgogliosi della nostra politica. Coloro che hanno sostenuto il bellicismo di Khomeini con il pretesto della sacra difesa della madrepatria devono rispondere oggi perché hanno alimentato le fiamme di una guerra che era contro gli interessi del popolo iraniano. E in cambio hanno accusato il MEK e il CNRI.
Il CNRI crede nel diritto all’autodeterminazione per le nazionalità iraniane nel quadro dell’integrità territoriale iraniana e ha presentato un piano specifico per quanto riguarda il Kurdistan. Già trentacinque anni fa, il CNRI ha approvato e annunciato il piano per l’uguaglianza tra uomini e donne in tutte le sfere, così come la negazione di qualsiasi privilegio a coloro che si convertono a una particolare religione o credo.
Questi sono principi essenziali per una coalizione. Grazie a questi principi e all’impegno di tutti i suoi membri, il CNRI è la coalizione più longeva nella storia contemporanea dell’Iran e, d’altra parte, le persone o i movimenti che non hanno aderito al CNRI per vari motivi non sono mai stati in grado di formare una coalizione o le loro coalizioni non sono durate più di pochi mesi.
D: C’è la possibilità di stare insieme o unirsi a movimenti che non fanno parte del CNRI?
Sì, questa possibilità esiste da molto tempo. In questo senso, il CNRI è stato un pioniere. Il CNRI ha approvato un piano intitolato “Fronte di solidarietà nazionale” basato su tre principi: il rifiuto dell’intera dittatura religiosa, l’instaurazione di una repubblica e la separazione tra religione e Stato. In questo piano non ci sono privilegi speciali per il CNRI e i suoi membri. In questo piano si ammette che anche su altre questioni, che sono molto importanti dal nostro punto di vista, possono esserci divergenze di opinione. Questi sono i minimi necessari per creare un fronte unito che assicuri l’instaurazione di una vera repubblica democratica basata su elezioni libere e su una costituzione popolare.
Il nostro obiettivo è stabilire libertà, democrazia e una repubblica basata su standard democratici in cui tutti i membri della società abbiano uguali diritti. Nessuno dovrebbe avere privilegi speciali o essere privato di uguali diritti a causa di affiliazioni razziali, religiose o familiari. Pertanto, dico che l’amara esperienza dell’usurpazione da parte di Khomeini della rivoluzione antimonarchica ci dice che qualsiasi coalizione deve basarsi su principi comuni. La trasparenza è un principio inviolabile.
D: Una delle preoccupazioni che a volte vengono sollevate è che se il regime viene rovesciato, potrebbe esserci il caos in Iran. Potrebbe diventare come la Libia o la Siria. Cosa pensa di questo?
Il regime iraniano e le sue lobby promuovono tale narrazione, che mira a preservare la dittatura religiosa. Paragonare l’Iran alla Libia o alla Siria non è un’analogia obiettiva o adeguata. Ci sono diverse nazionalità in Iran, ma l’integrità dell’Iran non è mai stata messa in dubbio. Guardate le recenti dimostrazioni. Dal Kurdistan a Zahedan e al Khuzestan, dall’Azerbaigian iraniano a Teheran, sono tutti uniti. Cantano: “Da Zahedan a Teheran, sacrifico la mia vita per l’Iran”. O “Zahedan e il Kurdistan sono le luci brillanti dell’Iran”. Pertanto, la composizione e la struttura della società iraniana sono completamente diverse da quelle dei Paesi menzionati.
A parte questo, c’è una resistenza organizzata a livello nazionale in Iran con più di quattro decenni di esperienza su vasta scala di lotta contro il regime dei mullah e con 120.000 esecuzioni politiche, che include nazionalità e seguaci di diverse religioni e credenze.
Oltre ad avere un programma concreto, le cui linee generali sono presentate nel piano in dieci punti della signora Maryam Rajavi, presidente-eletta della Resistenza, il CNRI ha 40 anni di esperienza democratica con varie scuole di pensiero e ha dimostrato la sua maturità politica e capacità organizzativa rimanendo fedele ai suoi principi di fronte a tutte le cospirazioni di regime. Un’ampia gamma di esperti iraniani in diversi campi che si trovano attualmente nei Paesi europei, negli Stati Uniti e in Canada hanno una stretta collaborazione con il CNRI.
Inoltre, la presenza del MEK e la sua forte organizzazione con 57 anni di esperienza di combattimento contro le due dittature dello scià e dei mullah danno a questa alternativa la forza e la capacità di garantire un passaggio regolare di potere il giorno dopo il rovesciamento del regime.

 

 

 

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