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ONU: 67esima risoluzione di condanna delle violazioni dei diritti umani in Iran

Maryam Rajavi: i leader del regime clericale devono affrontare la giustizia per quattro decenni di crimini contro l’umanità, e deve essere posta fine alla loro impunità

Accogliendo con favore la 67esima risoluzione delle Nazioni Unite che condanna le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in Iran, la sig.ra Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), ha dichiarato che i principali perpetratori delle atrocità menzionate nella risoluzione sono coloro che sono stati continuamente coinvolti in crimini contro l’umanità negli scorsi quattro decenni, in particolare nel massacro dei prigionieri politici del 1988 e nella brutale repressione della rivolta del novembre 2019 che provocò l’uccisione di oltre 1500 e l’arresto di 12.000 dimostranti. La Presidente ha sottolineato che, dal momento in che il fascismo religioso al potere in Iran non presta la benché minima attenzione alle risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è giunta l’ora di trasmettere il fascicolo inerente alle violazioni dei diritti umani del regime iraniano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e di assicurarsi che i leader del regime rendano conto di quattro decadi di crimini contro l’umanità.

La sig.ra Rajavi ha aggiunto che, sebbene la risoluzione copra solo una piccola parte delle atrocità commesse dal regime, non lascia alcun dubbio circa il fatto che l’Iran è oggi il primo paese al mondo per violazioni dei diritti umani, ed è governato da un regime che priva il popolo dei suoi diritti fondamentali, sia in ambito politico che in quelli sociale ed economico, e non è in alcun modo compatibile col XXI secolo, e deve quindi essere bandito dalla comunità internazionale.

Il recente rapporto degli esperti delle Nazioni Unite sul massacro dei prigionieri politici del 1988, definito come un “crimine contro l’umanità”, il loro appello per un’indagine approfondita ed indipendente sul regime, e la mancata adesione da parte del regime ai suoi “obblighi sanciti dal diritto internazionale in materia di diritti umani” sono tutti fattori che indicano anch’essi che il dossier inerente a questo grave crimine deve essere consegnato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Gli attuali governanti dell’Iran, in particolare Khamenei, Rouhani e Raisi, il capo della Magistratura, i diversi ministri e funzionari giudiziari così come i boia e gli agenti del Ministero dell’Informazione e le Guardie della Rivoluzione coinvolti negli assassinii dei prigionieri politici del 1988 e degli anni ’80 devono essere consegnati alla giustizia.

La risoluzione, approvata con 82 voti a favore, esprime seria preoccupazione “per l’allarmante frequenza con cui viene applicata la pena di morte, […] in violazione degli obblighi internazionali, ed anche sulla base di confessioni forzate o per crimini che non si qualificano come reati gravi, inclusi crimini descritti in modo troppo ampio o vagamente definiti, in violazione della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, […] con continue imposizioni della pena capitale a minori, […] in violazione della Convenzione sui dritti dell’infanzia e dell’adolescenza.”

La risoluzione esprime anche preoccupazione per l’uso “della tortura e di altri maltrattamenti o di punizioni ingiuste, disumane ed umilianti […] inclusi lo stupro ed altre punizioni assolutamente non in linea né con il contesto del reato […] né con gli impegni e le norme internazionali, incluse le norme minime delle Nazioni Unite sul trattamento dei prigionieri.” Viene anche espresso allarme per “il diffuso e sistematico uso degli arresti e delle detenzioni arbitrari, […] per l’uso della tortura per estorcere confessioni, come nel caso di Navid Afkari e di altri prigionieri, e per i casi di morti sospette in carcere, così come per le pluriennali violazioni coinvolgenti la magistratura e gli agenti di sicurezza iraniani, come le sparizioni forzate e le esecuzioni extragiudiziali” e per “l’abolizione del diritto alla libertà di espressione e di parola, incluse le diffuse restrizioni all’accesso ad Internet e nel contesto digitale, e del diritto alla libertà di associazione e di riunione pacifica” e per “la vessazione, l’intimidazione e la persecuzione degli oppositori politici e dei difensori dei diritti umani” e per “tutte le forme di discriminazione e le altre violazioni dei diritti umani delle donne e delle bambine nel diritto e nella pratica”. La risoluzione chiede inoltre il rilascio di tutti coloro che furono arrestati durante le proteste del novembre 2019 e del gennaio 2020.

Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI)
16 dicembre 2020

 

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