
Una conferenza internazionale online, organizzata il 9 ottobre 2026 dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), alla vigilia della Giornata mondiale contro la pena di morte, ha riunito parlamentari, ex capi di governo, ministri, giuristi e personalità politiche provenienti da Europa, Nord America e America Latina. I partecipanti hanno condannato il crescente ricorso alle esecuzioni in Iran e chiesto alla comunità internazionale una risposta più decisa.
Gli intervenuti hanno esortato i governi a subordinare le relazioni politiche ed economiche con Teheran alla cessazione delle esecuzioni, a promuovere l’accertamento delle responsabilità attraverso tribunali nazionali e internazionali e a garantire un accesso indipendente alle carceri iraniane.
Uno dei temi centrali della conferenza è stato il fatto che decenni di esecuzioni e repressione non siano riusciti a eliminare l’opposizione organizzata iraniana. I partecipanti hanno indicato la capacità di resistenza dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (OMPI/MEK), l’espansione delle Unità della Resistenza all’interno del Paese e la proposta del CNRI per una transizione democratica come dimostrazione del fatto che un’alternativa organizzata è sopravvissuta nonostante una repressione prolungata.
L’intervento principale della conferenza è stato affidato a Maryam Rajavi, Presidente eletta del CNRI.
Maryam Rajavi: porre fine alle esecuzioni e all’impunità
Maryam Rajavi ha aperto il suo intervento rendendo omaggio ai prigionieri politici giustiziati per la loro opposizione al regime clericale e a coloro che oggi rischiano la condanna a morte. Riferendosi ai detenuti rimasti fermi nelle loro convinzioni fino agli ultimi istanti, ha affermato:
«Questi uomini coraggiosi sono rimasti saldi di fronte al terrore dell’esecuzione. Davanti al patibolo, hanno cantato canti di libertà».
Message to conference on World Day Against the Death Penalty
The World Day Against the Death Penalty is humanity's clear "No" to the Iranian regime—a regime defined by executions and massacres.
For nearly half a century, the main target of this regime's executions has been the… pic.twitter.com/Nv7ds1z8KU— Maryam Rajavi (@Maryam_Rajavi) October 9, 2026
Rajavi ha inoltre richiamato l’attenzione sulla campagna «Martedì contro le esecuzioni», portata avanti dai prigionieri politici da oltre due anni, e sulle famiglie che continuano a radunarsi davanti alle carceri per protestare contro le condanne a morte.
Secondo Rajavi, almeno 46 prigionieri politici sono stati giustiziati nei sei mesi precedenti, tra cui nove membri dell’OMPI e 37 persone arrestate nel corso delle rivolte. A suo giudizio, l’intensificazione delle esecuzioni riflette il timore delle autorità di una nuova sollevazione popolare, piuttosto che una condizione di stabilità politica.
«Tuttavia, nelle condizioni attuali, con una Resistenza che si sta estendendo in tutto il Paese, il regime non sarà in grado di decidere il destino del nostro popolo attraverso le esecuzioni», ha dichiarato. «Né l’attuale regime potrà salvare il suo potere ormai marcio, né i residui dello Scià potranno riportare l’Iran alla dittatura monarchica».
Rajavi ha inserito l’abolizione della pena di morte nel più ampio programma politico del CNRI, contrapponendo decenni di repressione all’impegno della Resistenza ad abolire le esecuzioni in una futura repubblica.
«Per quasi mezzo secolo, il principale bersaglio delle esecuzioni di questo regime è stata la Resistenza iraniana», ha affermato. «Eppure, opponendosi a questo regime, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana tiene alta la bandiera dell’abolizione della pena di morte nell’Iran libero di domani».
Ha aggiunto che il CNRI punta a «una società libera dalle esecuzioni e dalla tortura», fondata sui diritti umani, sulla libera scelta democratica, sulla separazione tra religione e Stato e sulla parità tra donne e uomini.
La Presidente eletta del CNRI ha quindi illustrato un’iniziativa internazionale presentata in una lettera inviata tre giorni prima al Segretario generale delle Nazioni Unite. Tra le richieste figurano il riconoscimento delle principali stragi del passato come crimini internazionali, l’immediata cessazione delle esecuzioni politiche, la creazione di un meccanismo internazionale indipendente di giustizia penale, il ricorso alla giurisdizione universale, il deferimento delle gravi violazioni al Consiglio di Sicurezza e alle competenti corti internazionali e l’accesso senza restrizioni degli investigatori delle Nazioni Unite alle carceri e ai detenuti.
Al centro della proposta vi è la richiesta di porre i diritti umani al centro delle relazioni internazionali con Teheran: la cessazione delle esecuzioni e dell’uccisione dei manifestanti dovrebbe diventare una condizione per le relazioni economiche, politiche e diplomatiche e per la conclusione di accordi internazionali con le autorità iraniane.
Giulio Terzi: sostenere la lotta per un Iran libero
L’ex Ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi, oggi senatore e presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, ha affermato che da quattro decenni la Resistenza richiama l’attenzione della comunità internazionale sulla natura delle politiche interne ed estere di Teheran.
Secondo Terzi, anni di politica di accomodamento non hanno prodotto risultati. Ha quindi invitato i governi democratici a sostenere le donne e i giovani iraniani che sfidano le autorità.
«È tempo che le democrazie libere sostengano in tutti i modi possibili la lotta per un Iran libero», ha dichiarato il senatore, chiedendo in particolare il riconoscimento del CNRI guidato da Rajavi e di quella che ha definito la Resistenza democratica iraniana.
Naike Gruppioni: «La libertà non è un crimine»
La deputata italiana Naike Gruppioni ha definito le esecuzioni di oppositori politici e manifestanti un attacco ai diritti fondamentali e allo Stato di diritto, e non una semplice questione giudiziaria.
Ha invitato i governi e le istituzioni internazionali a esercitare una forte pressione politica e diplomatica per fermare le esecuzioni e revocare le condanne a morte.
«La libertà non è un crimine. La dignità non è negoziabile. E la vita umana non può diventare uno strumento di repressione», ha dichiarato.
Carlo Ciccioli: costruire una rete internazionale più ampia
Eurodeputato italiano Carlo Ciccioli, infine, ha affermato di ammirare «l’impegno, lo spirito di sacrificio e il coraggio» dimostrati dalla Resistenza sia all’interno sia all’esterno dell’Iran.
Ha auspicato la creazione di una rete internazionale più ampia, capace di sostenere la Resistenza e di intensificare la pressione su Teheran.
Secondo Ciccioli, il dibattito internazionale si concentra troppo spesso sui conflitti regionali che coinvolgono l’Iran, trascurando invece il confronto interno tra le autorità e i loro oppositori.
Message to conference on World Day Against the Death Penalty
Three days ago, in a letter to the Secretary-General of the United Nations, I called on the UN to lead an international initiative to compel the clerical regime to stop executions, killings, and crimes against humanity.… pic.twitter.com/CjWvGj1bC7— Maryam Rajavi (@Maryam_Rajavi) October 9, 2026
Il deputato britannico Bob Blackman, presidente del Comitato 1922 del Partito Conservatore, ha affermato che l’attenzione internazionale rivolta agli scontri militari nella regione rischia di oscurare quella che ha definito la «vera battaglia» all’interno dell’Iran: quella che vede contrapposti, da un lato, la popolazione e la Resistenza organizzata e, dall’altro, le autorità al potere e i Guardiani della Rivoluzione.
Blackman ha definito le esecuzioni uno strumento utilizzato per reprimere questo confronto e ha sostenuto che anni di impunità abbiano rafforzato Teheran anziché moderarne il comportamento.
Ha chiesto una rigorosa applicazione delle sanzioni, lo smantellamento delle reti finanziarie legate ai Guardiani della Rivoluzione e misure ferme nei casi in cui le strutture diplomatiche iraniane vengano utilizzate per attività ostili. Allo stesso tempo, ha sottolineato che la sola pressione non può costituire una politica per il futuro dell’Iran.
«Il movimento di Resistenza ha bisogno e merita di essere riconosciuto», ha dichiarato.
Blackman ha ricordato che la Resistenza iraniana, compresi l’OMPI e il CNRI, ha condotto «più di cinque decenni di lotta per la libertà e la democrazia, prima contro la dittatura dello Scià e poi contro la dittatura religiosa al potere», definendo questa storia una prova del suo «impegno costante come opposizione organizzata alla dittatura in Iran».
De vrouw verdient de Nobelprijs voor de Vrede. @Maryam_Rajavi_F gaat door met haar tienpuntenplan voor een seculier, niet-nucleair, zelfstandig, democratisch Iran. Steun haar dan! @notMinBuZa @MinPres @vonderleyen https://t.co/5bmVqUehxU
— Dorien Rookmaker (@RookmakerDorien) October 10, 2026
Ha inoltre richiamato il ruolo delle Unità della Resistenza, sostenendo che a una rivolta vittoriosa, nella quale queste reti abbiano svolto un ruolo, dovrebbe seguire un ordinato trasferimento del potere. Blackman ha espresso il proprio sostegno al Piano in dieci punti di Rajavi, sottolineando che l’alternativa proposta si fonda sugli stessi iraniani e non sull’intervento di una potenza straniera.
Sir Roger Gale, Vicepresidente della Camera dei Comuni britannica, ha ricordato che lui e altri colleghi parlamentari avevano iniziato a sostenere la Resistenza iraniana circa venticinque anni fa.
Secondo Gale, il persistente confronto tra le autorità di Teheran e la popolazione costituisce la principale crisi politica dell’Iran, mentre le esecuzioni e gli arresti arbitrari rappresentano tentativi di impedire nuove rivolte.
Gale ha sottolineato a sua volta la longevità dell’opposizione. L’OMPI e il CNRI, ha affermato, portano avanti da oltre cinque decenni una lotta contro la dittatura, prima contro la monarchia e successivamente contro il regime clericale.
«La storia dimostra il suo impegno costante come opposizione organizzata alla dittatura in Iran», ha dichiarato.
Ha inoltre definito il Piano in dieci punti di Rajavi una roadmap per libere elezioni, pluralismo politico, separazione tra religione e Stato, parità tra donne e uomini, diritti delle minoranze, abolizione della pena capitale e un Iran non nucleare.
Petre Roman: non sottovalutare la capacità degli iraniani di cambiare il Paese
L’ex Primo Ministro rumeno Petre Roman ha sostenuto che la capacità dell’opposizione iraniana di determinare un cambiamento venga seriamente sottovalutata a livello internazionale.
Richiamando la propria esperienza della rivoluzione rumena del 1989 e della successiva transizione democratica, Roman ha osservato che anche allora i governi occidentali comprendevano la brutalità del regime di Nicolae Ceaușescu senza tuttavia cogliere pienamente la capacità della società di produrre un cambiamento politico dall’interno.
Roman ha criticato quella che considera un’eccessiva attenzione alla presunta «resilienza» delle autorità iraniane, a fronte di un insufficiente riconoscimento della capacità di resistenza dell’opposizione.
«Sembra che la fiducia nella capacità del popolo iraniano, nella capacità di coloro che combattono in Iran di sconfiggere il regime… non sia al livello in cui dovrebbe essere», ha dichiarato.
La sua conclusione è stata netta: «La vera soluzione è concentrare tutta la nostra attenzione, tutta la nostra convinzione… a favore di coloro che combattono in Iran».
Ingrid Betancourt: «Non possono giustiziare la libertà»
L’ex candidata alla presidenza della Colombia e senatrice Ingrid Betancourt, partendo dalla propria esperienza di ex ostaggio, ha sottolineato innanzitutto l’importanza psicologica della solidarietà internazionale per i prigionieri che rischiano l’esecuzione.
Ha affermato che per un detenuto sapere di non essere stato dimenticato può segnare la differenza tra la disperazione e la capacità di resistere.
Betancourt ha affrontato anche le campagne contro l’OMPI. Ha raccontato che, dopo avere espresso pubblicamente il proprio sostegno alla Resistenza iraniana, si è trovata di fronte a numerose accuse rivolte al movimento, un’esperienza che, secondo quanto ha spiegato, ha finito per rafforzare anziché indebolire il suo sostegno.
Pur sottolineando che ogni organizzazione politica debba essere sottoposta a un attento esame, ha sostenuto che tale valutazione debba fondarsi su prove concrete e non sulla semplice reiterazione di accuse.
Betancourt ha respinto sia la prosecuzione del regime clericale sia il ritorno alla monarchia, sostenendo la proposta di transizione del CNRI e il Piano in dieci punti di Rajavi.
Ha invitato i governi a riconoscere l’opposizione iraniana come interlocutore legittimo, a chiedere l’immediata cessazione delle esecuzioni, a garantire l’accesso internazionale ai detenuti e a perseguire i responsabili delle atrocità commesse in passato.
«I regimi possono imprigionare i corpi, possono censurare i giornali, possono costruire muri ed erigere patiboli», ha dichiarato. «Ma non possono giustiziare la libertà».
David Jones: quattro linee d’azione
L’ex ministro britannico David Jones ha proposto un’azione su quattro fronti: fermare immediatamente le esecuzioni e liberare i prigionieri politici; garantire un accesso indipendente ai centri di detenzione e deferire le gravi violazioni ai meccanismi delle Nazioni Unite; ricorrere alla giurisdizione universale nei confronti dei responsabili di crimini contro l’umanità; applicare rigorosamente le sanzioni e smantellare le reti utilizzate per la repressione, lo spionaggio e il terrorismo.
Jones ha affermato che non è più possibile rinviare la questione di ciò che dovrà seguire all’attuale regime. La decisione, ha sostenuto, spetta esclusivamente agli iraniani attraverso libere elezioni, mentre il quadro di transizione proposto dal CNRI rappresenta, a suo giudizio, una risposta concreta alla tesi secondo cui la caduta dell’attuale sistema produrrebbe inevitabilmente il caos.
Ha inoltre respinto esplicitamente un ritorno alla monarchia:
«L’Iran non ha bisogno di sostituire una dittatura teocratica con una dittatura ereditaria», ha dichiarato. «Il nostro messaggio dovrebbe essere il rifiuto sia dei mullah sia dello Scià e un fermo impegno a favore di una repubblica iraniana democratica. Dobbiamo stare al fianco del popolo iraniano e della sua Resistenza organizzata nella lotta per un Iran libero, democratico e pacifico».
Avdullah Hoti: il cambiamento deve venire dagli iraniani
L’ex Primo Ministro del Kosovo Avdullah Hoti ha affermato che la repressione non ha costretto la popolazione iraniana ad abbandonare le proprie aspirazioni politiche.
«Il popolo iraniano non si è arreso alla tirannia», ha dichiarato. «La sua Resistenza sta diventando sempre più organizzata attraverso le Unità della Resistenza».
Hoti ha respinto sia l’intervento militare straniero sia una politica di dialogo finalizzata alla preservazione dell’attuale dittatura, affermando che il cambiamento politico deve nascere dalla stessa società iraniana.
Ha inoltre sottolineato che l’opposizione alle autorità di Teheran non deve essere interpretata come un sostegno alla restaurazione monarchica, richiamando lo slogan che respinge «lo Scià o la Guida Suprema». Ha quindi invitato i governi a subordinare le proprie relazioni con l’Iran alla cessazione delle esecuzioni e al rispetto dei diritti umani.
Rosalía Arteaga: «Né guerra né appeasement»
L’ex Presidente dell’Ecuador Rosalía Arteaga Serrano ha affermato che le esecuzioni e la repressione non sono riuscite a mettere a tacere la società iraniana, citando le continue proteste di lavoratori, pensionati, infermieri, studenti e altri settori della popolazione nonostante i gravi rischi.
Le donne, ha sottolineato, sono rimaste in prima linea, rendendo la parità tra donne e uomini inseparabile da un cambiamento politico democratico.
Arteaga ha espresso sostegno al Piano in dieci punti di Rajavi e ha affermato che l’Iran non ha bisogno «né della guerra né dell’appeasement», ma di «una repubblica democratica liberamente scelta dal suo popolo».
Ha chiesto l’immediata cessazione delle esecuzioni, la liberazione dei prigionieri politici, un accesso indipendente alle carceri e l’accertamento delle responsabilità per torture e crimini contro l’umanità.
Ana Helena Chacón: il diritto degli iraniani a scegliere liberamente
L’ex Vicepresidente della Costa Rica Ana Helena Chacón Echeverría ha descritto le esecuzioni, gli arresti di massa e la tortura come strumenti utilizzati da una dittatura sempre più vulnerabile per intimidire una popolazione che ha ripetutamente chiesto un cambiamento.
Ha invitato i governi a fare della cessazione delle esecuzioni una condizione fondamentale delle relazioni politiche ed economiche con Teheran e ha sostenuto il ricorso alla giurisdizione universale nei confronti dei responsabili di crimini contro l’umanità.
Chacón ha inoltre respinto quella che ha definito una falsa alternativa tra il regime clericale e la restaurazione della monarchia. A questa prospettiva ha contrapposto la proposta del CNRI di un governo provvisorio a tempo determinato, seguito dall’elezione di un’Assemblea costituente e legislativa e dal successivo trasferimento del potere ai rappresentanti eletti.
«La nostra responsabilità non è scegliere i governanti dell’Iran», ha affermato. «È difendere il diritto del popolo iraniano di sceglierli liberamente».
Dominique Attias: agire per i prigionieri che rischiano l’esecuzione
L’avvocata francese Dominique Attias, Presidente del Consiglio di amministrazione della European Lawyers Foundation, si è concentrata in particolare sulla situazione dei detenuti che rischiano un’esecuzione imminente e ha invitato la Francia e l’Unione europea ad agire.
Ha chiesto interventi pubblici sui singoli casi di condanna a morte, sostegno alle indagini delle Nazioni Unite, sanzioni mirate e ricorso alla giurisdizione universale.
Attias ha inoltre chiesto che tutte le relazioni con Teheran vengano subordinate alla cessazione delle esecuzioni, sostenendo che l’impunità abbia finora consentito a giudici, interrogatori e funzionari coinvolti nelle esecuzioni di sottrarsi alle proprie responsabilità.
Judy Sgro: il futuro dell’Iran deve essere deciso dagli iraniani
La deputata canadese ed ex ministra Judy Sgro ha elogiato quella che ha definito la «straordinaria resilienza» degli iraniani impegnati nel CNRI e altrove, aggiungendo che il loro coraggio era diverso da qualsiasi cosa avesse visto in precedenza.
Ha invitato le Nazioni Unite e i governi ad adottare misure più incisive contro le esecuzioni e la repressione, ribadendo che il futuro dell’Iran deve essere determinato dagli iraniani stessi.
Loris Resinelli: sostenere i giovani e le donne iraniane
Il parlamentare belga Loris Resinelli ha elogiato i giovani e le donne iraniane che hanno continuato a resistere nonostante la repressione. Ha affermato che il CNRI ha contribuito a mantenere vivo «il cuore della Resistenza iraniana» dall’esilio, mentre gli attivisti continuano la loro lotta all’interno del Paese.
Resinelli ha espresso il proprio sostegno al Piano in dieci punti di Rajavi e ha sostenuto che il regime clericale non debba essere sostituito da quello che ha definito l’«arcaico» sistema dello Scià.
Lars Rise: una Resistenza che continua nonostante le esecuzioni
L’ex parlamentare norvegese Lars Rise ha sottolineato a sua volta la capacità delle reti della Resistenza di continuare la propria attività nonostante le esecuzioni.
Ha richiamato il loro ruolo nelle proteste in diverse città iraniane e si è detto incoraggiato dalla perseveranza del movimento. Rise ha criticato la limitata risposta internazionale alle esecuzioni e ha invitato i governi ad adottare misure molto più incisive.
«Sono incoraggiato nel vedere quanto sia perseverante il movimento di Resistenza», ha affermato.
Jean-Pierre Brard: «Né lo Scià né i mullah»
L’ex deputato francese Jean-Pierre Brard ha sottolineato i sacrifici compiuti nel corso degli anni dalla Resistenza organizzata e ha messo in guardia contro il rischio che un progetto di restaurazione monarchica possa appropriarsi dei risultati di una lotta portata avanti dagli iraniani all’interno del Paese.
Ha affermato che i sostenitori francesi continueranno a schierarsi al fianco della Resistenza iraniana, sintetizzando la propria opposizione a entrambi i sistemi nella formula: «Né lo Scià né i mullah».
Thomas Lutze: la leadership non può derivare dalla nascita
L’ex membro del Bundestag tedesco Thomas Lutze ha criticato i tentativi di presentare Reza Pahlavi come il presunto leader di un futuro Iran.
Lutze ha sostenuto che attribuire una leadership politica sulla base della nascita rappresenta un principio intrinsecamente antidemocratico e ha invitato esponenti politici tedeschi a opporsi al previsto conferimento di un premio a Pahlavi da parte della Fondazione Friedrich Naumann.
