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Discorso di Giulio Terzi alla conferenza internazionale alla Camera dei Deputati

Italian Senator Giulio Terzi addresses a conference at the Italian Parliament on July 16, 2026

È una grande emozione prendere la parola dopo la presidente-eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Ed è una grandissima emozione, ancor più dopo aver sentito le illustrazioni, ma anche la perfetta posizione politica espressa dal vicepresidente della Camera dei Deputati Fabio Rampelli, e quello che ha detto l’artefice di questo incontro, di questa riunione, con personalità così eminenti che prenderanno la parola, che sono presenti al panel, ma che sono certo interverranno anche successivamente nel dibattito. Vedo alcuni amici di lunga data della Resistenza dell’Iran nella sua vera natura, quella che deve essere di un grande Paese di democrazia e libertà, ricco di una tradizione straordinaria, con un’identità storica che non può essere distrutta e massacrata dai criminali che reggono quel Paese, criminali di una specie assimilabile solo a quella di Hitler, di Stalin, di Mao, di Pol Pot, o alle peggiori piaghe dell’umanità che abbiamo visto nel XX secolo dopo la Seconda Guerra Mondiale.
È un privilegio prendere la parola proprio in questo momento, dopo quanto detto da Maryam Rajavi e dal presidente Rampelli, perché Rampelli ha dipinto un quadro veramente dinamico e anche appassionante del lavoro del Parlamento italiano e delle istituzioni europee, delle commissioni. Ha citato la Terza Commissione, le altre commissioni del Senato, le commissioni della Camera che si occupano di queste tematiche, e vorrei citare in particolare la Commissione per i Diritti Umani del Senato che ha avuto l’onore di ospitare Maryam Rajavi questa mattina. È quindi un quadro importante che mostra come, per molti versi, l’Europa, l’Italia e tutti i Paesi – vorrei dire il nucleo dell’Occidente, rappresentato dall’identità, da questo rapporto euro-atlantico sulle grandi questioni della pace e della sicurezza internazionale – costituiscano un nucleo forte che crede nella libertà senza se e senza ma, nella democrazia, nello Stato di diritto, ma che è anche una realtà che deve prendere una rotta più precisa, più determinata, più coraggiosa, più consapevole di quello che sta accadendo nel mondo, in Medio Oriente, nei conflitti che stiamo vivendo.

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È su questo che vorrei innanzitutto ringraziare la presidente Rajavi per essere qui, per quello che ha detto e per essere quello che giustamente Naike Gruppioni ha detto nel suo bellissimo intervento: lei è la speranza di tutti gli uomini e tutte le donne dell’Iran. Lei è la speranza – vorrei aggiungere, Naike, se mi consenti una piccola nota a piè di pagina – lei è la certezza, Maryam Rajavi, di tutti gli uomini e tutte le donne dell’Iran. E credo che le sue parole siano una luce che si riaccende potente su quell’oscurità calata ormai molti anni fa, nel ‘79-’80, un’oscurità calata nel momento in cui un’altra fiamma potente si stava riaccendendo in fondo al tunnel della democrazia e della libertà con la caduta dello scià, anche quello un regime per molti versi odioso e criminale, diciamoci la verità storica.

Non è come dice il figlio dello scià nelle interviste televisive quando gli viene chiesto quale sia stata l’eredità di suo padre per il suo Paese, e ripete spesso – anche di recente al Parlamento di Amsterdam, dove è stato fischiato e deriso: “Ah, non parlo di queste cose perché ne può parlare soltanto la storia”. Mi è sembrato di sentire questa frase di Zhou Enlai quando qualcuno gli chiese se ci fosse qualcosa nel maoismo che assomigliasse alla Rivoluzione francese, e lui rispose: “Ma è troppo presto per parlare della Rivoluzione francese, ce lo dirà la storia”. Questo è un po’ l’atteggiamento mentale di un ‘monarca’ che vorrebbe riproporsi con insegne nobiliari auto-dipinte e che sicuramente non è all’altezza di rappresentare quella carica di libertà, di forza e di volontà di andare avanti del popolo iraniano che è quella di Maryam Rajavi.

Per questo, voglio dire alla presidente Rajavi quanto le sono grato, e credo quanto tutti noi le siamo grati per una cosa speciale che è emersa dagli interventi di Rampelli e di Gruppioni e che ha detto lei in particolare. L’Europa deve essere forte, deve avere coraggio, deve avere certezze politiche, deve avere dei punti cardinali nel capire che cosa è stato l’Iran in questi molti anni, dal ‘79 ad oggi, e cosa è diventato invece – sempre di più e sempre peggio, non soltanto per i disastri che stanno accadendo in Medio Oriente e che oramai si sono diffusi all’economia mondiale, addirittura il disastro della crescente povertà alimentare in molte aree del mondo, a causa di quello che l’equivalente di due bombe atomiche messe insieme a Hormuz e Bab el-Mandeb, sta creando con la chiusura delle catene di approvvigionamento fondamentali, delle catene alimentari, della capacità di provvedere energia al lavoro, all’agricoltura, al sostegno delle persone in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri.

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Questo è l’Iran di oggi. Un Iran la cui natura islamica fondamentalista, ma di carattere nazista-comunista della peggiore specie – fatta di sfruttamento del popolo attraverso guerre continue per rimanere al potere – è diventato un disastro per il mondo. Ne stiamo subendo le conseguenze e l’Europa deve ancora maturare la convinzione che non c’è appeasement possibile con quei criminali. Non c’è possibilità di compromesso, come disse un grande Segretario di Stato, George Shultz: “Il termine ‘negoziato’ è un eufemismo per il termine ‘capitolazione’ se l’ombra del potere non incombe sul tavolo della trattativa”.
L’Europa ha dato a molti osservatori l’impressione che tutto si possa risolvere cercando, sempre insistendo, quasi implorando di continuare a dialogare con chi invece utilizza il dialogo per posporre, per ritardare, armandosi e continuando a uccidere centinaia di migliaia di oppositori politici – 30.000 in un colpo solo in pochissime settimane, ricordiamolo, nel 1988 con una fatwa dell’ayatollah Khomeini – e che continua oggi anche attraverso una rete di ambasciate nel mondo che servono come base per operazioni terroristiche.

Vorrei ricordare che la politica estera iraniana è fatta anche dello strumento terroristico. Ricordiamo il caso di Assadollah Assadi, diplomatico dell’ambasciata iraniana a Vienna e capo di una rete di terroristi, che a Villepinte, dove si teneva una grande convention dei Mojahedin del Popolo, mandò un sicario per far saltare in aria quella grande sala che ospitava 60.000 persone e decine di delegazioni straniere. Dico questo perché dobbiamo capire che sì, le ambasciate servono, ma non si può accettare dalle ambasciate iraniane alcuna forma di pressione sui nostri Paesi europei. Abbiamo visto, per esempio, in Francia la cancellazione dell’importante manifestazione a Parigi del CNRI perché sicuramente c’era stata una telefonata o una pressione da parte dell’ambasciata iraniana.

Noi non possiamo accettare la censura da parte di Paesi stranieri nei nostri territori liberi e nei nostri Paesi liberi! Non accettiamo censure da noi stessi; non esiste censura all’interno dei nostri Paesi. I nostri rappresentanti eletti stanno qua e la censura è un termine inesistente, bandito, e tanto meno possiamo accettarla da qualcuno che non appartiene al nostro popolo e che non appartiene al nostro Stato di diritto.

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Nel ringraziare Madame Rajavi, vorrei concludere queste note dicendo che credo che siamo debitori alla grande azione dei Mojahedin del Popolo, debitori per un insegnamento e un esempio di coraggio. E anche per un insegnamento di grande chiarezza su come si fa una politica estera e di sicurezza in grado di evitare che dilaghi questa mostruosità di violenza, di totalitarismo, di dominio che è il regime islamico che ha cercato di espandersi al Libano, alla Siria, all’Iraq, allo Yemen, e che adesso vorrebbe addirittura espandersi ulteriormente. Citiamo, per esempio, i Paesi del Golfo dove esistono minoranze sciite consistenti, e ha portato timori in quegli stessi Paesi, per non parlare dei Paesi del Mediterraneo.

Quindi, una politica estera europea e degli Stati europei deve essere una politica che guarda alla realtà per quello che è, alla storia di un regime e delle persone che ne fanno parte per quello che sono, e che sappia trarre esempio da un popolo. Bellissimo il riferimento a Mazzini, è la convinzione di un popolo che vuole essere libero e di avere una missione, nella sua comunità, per affermare la propria nazione. È questo il senso del coraggio, dell’esempio, della speranza di futuro e della certezza di pace e sicurezza che tutti i nostri popoli cercano, e che Maryam Rajavi oggi ci sta dando. Grazie.