HomeNotizieDiritti UmaniLa logica del patibolo: perché il regime iraniano sta scandendo le esecuzioni

La logica del patibolo: perché il regime iraniano sta scandendo le esecuzioni

Iran's regime executed political prisoners Mohammad- Amin Biglari and Shahin Vahedparast on April 5, 2026

L’alba di domenica 5 aprile 2026 ha visto l’esecuzione di altri due manifestanti, Mohammad-Amin Biglari e Shahin Vahedparast. Le loro morti non sono episodi isolati di irrevocabilità giudiziaria; fanno parte di un’applicazione deliberata e ritmica del terrore di Stato, concepita per comunicare con una “società esplosiva”. Attraverso queste uccisioni, il regime cerca di lanciare un avvertimento continuo: qualsiasi tentativo di sfidare il monopolio statale della forza sarà accolto con la più dura rappresaglia possibile.

La linea rossa della resistenza armata

Il quotidiano Mizan, organo di stampa del potere giudiziario, ha dichiarato che Biglari e Vahedparast sono stati giustiziati per avere tentato di “accedere a un deposito di armi” in un sito militare classificato a Teheran durante la rivolta di gennaio. Secondo la versione ufficiale, facevano parte di un gruppo che cercava di “rubare armi e attrezzature militari” per agire contro il sistema.

Agli occhi del sistema di potere clericale, questo rappresenta una “linea rossa” invalicabile. Sebbene il regime abbia storicamente represso ogni forma di dissenso, il tentativo di procurarsi i mezzi per difendersi segnala un cambiamento nella natura del movimento di protesta. Uccidendo coloro che cercano di impossessarsi degli strumenti della resistenza, il regime tenta di mantenere la popolazione senza difese.

Una campagna di terrore sistematica

Le morti di Biglari e Vahedparast seguono una rapida successione di impiccagioni legate allo stesso caso e allo stesso periodo. Solo tre giorni prima, il 2 aprile, il regime aveva giustiziato il diciottenne Amirhossein Hatami. Altri tre coimputati nel caso, Ali Fahim e Abolfazl Salehi, rimangono in una situazione di imminente pericolo, essendo stati trasferiti in isolamento insieme ai già giustiziati.
Queste morti seguono l’impiccagione pubblica di Saleh Mohammadi, Saeed Davoudi e Mehdi Ghasemi a Qom il 19 marzo, tutti arrestati in relazione alla rivolta di gennaio e sottoposti a processi che le organizzazioni per i diritti umani hanno descritto come “accelerati e viziati da torture”.
Questo “ritmo” delle esecuzioni ha uno scopo psicologico. Assicura che lo spettro del patibolo rimanga una costante notizia di prima pagina, creando un’atmosfera di terrore senza interruzioni. L’obiettivo del regime è convincere l’opinione pubblica che il costo della partecipazione a una rivolta sia assoluto, nella speranza che il prezzo diventi alla fine troppo alto da pagare per il cittadino medio.

L’evoluzione della lotta

Gli individui che attualmente rischiano la forca rappresentano una generazione che ha in gran parte abbandonato i modelli tradizionali di dissenso. Per due decenni, vari ambienti e organi di stampa finanziati dall’estero hanno sostenuto la “lotta senza costi”, una strategia di riforma graduale o di protesta simbolica. Tuttavia, i giovani della rivolta di gennaio sembrano avere compreso che tali strade sono vicoli ciechi.
Questi manifestanti hanno dimostrato di avere compreso che la libertà e la giustizia, nell’attuale contesto iraniano, sono raggiungibili solo “con ogni mezzo e a qualsiasi prezzo”. Sono andati oltre la retorica della pazienza, scegliendo invece un percorso di confronto attivo. Questo cambiamento trova un perfetto riscontro nelle recenti esecuzioni di altri sei prigionieri politici associati all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (OMPI): Mohammad Taghavi, Akbar Daneshvarkar, Babak Alipour, Pouya Ghobadi, Abolhassan Montazer e Vahid Bani-Amerian, anch’essi presi di mira per il loro impegno a favore di un rovesciamento organizzato del regime.

Una scelta di metodi

Il regime iraniano usa il patibolo per mascherare la propria vulnerabilità. Trattando i manifestanti che chiedono armi come la minaccia definitiva, rivela di avere paura di una società che non è più disposta a essere una vittima passiva. Il “messaggio” inviato attraverso queste esecuzioni è certamente di terrore, ma la reazione delle piazze suggerisce una conclusione diversa: l’unico modo per porre fine al ciclo delle esecuzioni è rimuovere la mano che tiene il cappio.
La lotta è entrata in una nuova fase in cui il metodo non consiste più nel chiedere il permesso di esistere, ma nell’assicurarsi il potere di essere liberi.