
All’indomani della recente guerra di 12 giorni, una domanda sempre più ricorrente tra gli analisti internazionali – e riecheggiata persino in alcuni media iraniani affiliati allo Stato – è questa: l’attuale periodo postbellico, pur in un fragile cessate il fuoco, rappresenta un’opportunità per il regime iraniano? La risposta non sta nelle speculazioni, ma nell’analisi di come il regime abbia risposto alle richieste più fondamentali che il popolo iraniano esprime da oltre quattro decenni.
Soppressione al posto della riforma
Prima dello scoppio della guerra, il regime era già sottoposto a forti pressioni su più fronti. Nell’arena politica, stava affrontando ondate di proteste scatenate da rivendicazioni sociali, culturali ed economiche, che inevitabilmente si trasformavano in richieste di un più ampio cambiamento politico. Dai diritti delle donne alla libertà di espressione, gli iraniani hanno costantemente sfidato le strutture repressive del regime.
Watch and judge why this insider is warning that the regime is destined for a collapse or #IranRevolution pic.twitter.com/Ysu6LbOhnz
— NCRI-FAC (@iran_policy) January 1, 2024
Dal punto di vista economico, la popolazione ha sopportato anni di povertà crescente, inflazione, disuguaglianza e una crisi sempre più profonda dei mezzi di sussistenza. A livello internazionale, il bellicismo e l’avventurismo ideologico del regime – con il pretesto di costruire una cosiddetta “Mezzaluna sciita” – hanno imposto un costo devastante alla nazione, prosciugando risorse che avrebbero dovuto essere investite nel welfare pubblico.
Sebbene la guerra abbia temporaneamente attenuato le proteste, il malcontento di fondo non è scomparso. Rimane come una brace sotto la superficie, pronta a riaccendersi con maggiore intensità di prima. Gli iraniani hanno visto con nuova chiarezza come il militarismo del regime abbia oscurato e sacrificato i loro bisogni più elementari. Non è la prima volta: la storia ricorda come la guerra Iran-Iraq sia stata inutilmente prolungata dal regime per consolidare il potere, al costo di oltre mille miliardi di dollari in risorse nazionali.
La guerra come strumento di repressione
Invece di affrontare queste lamentele, il regime sta sfruttando le conseguenze della guerra come pretesto per rafforzare la sua presa sul potere. Ha schierato in massa le Guardie Rivoluzionarie, le milizie Basij e le forze di polizia nelle strade, con l’obiettivo di incutere timore e prevenire potenziali rivolte. I media ufficiali hanno avvertito che le proteste future potrebbero essere molto più distruttive di quelle passate, a dimostrazione dei timori del regime stesso.
Per anni, il regime ha sprecato ogni opportunità di vere riforme. Ha sistematicamente chiuso ogni via verso un cambiamento pacifico, senza lasciare spazio alle richieste del popolo. In risposta, la “Guida Suprema” del regime, Ali Khamenei, ha optato per una maggiore repressione, intensificando il clima di paura e intimidazione. Ma questa strategia è miope e pericolosa. Alla fine si ritorcerà contro di lui, innescando nuove e potenzialmente più organizzate forme di resistenza e disordini.
Watch and judge how this former #Iranian official (who happens to be the son of former regime's president Akbar Hashemi Rafsanjani) warns the state's leadership against #IranRevolution pic.twitter.com/dAS7ewKL8M
— NCRI-FAC (@iran_policy) December 28, 2023
Regime in crisi
altro obiettivo dell’attuale strategia di Khamenei è contenere le crescenti fratture interne al regime stesso. La guerra ha lasciato danni significativi, non solo materiali, ma anche psicologici. Molti membri del regime si sono resi conto che, nonostante anni di propaganda, il regime ha scarso controllo sul proprio spazio aereo, per non parlare della regione. Il mito della supremazia militare del regime è crollato, mandando in frantumi 46 anni di narrazioni autocelebrative.
Di conseguenza, le rivalità tra fazioni e le lotte di potere si stanno intensificando. Il 1° luglio un articolo del quotidiano statale Jomhuri Eslami ha criticato alcune figure all’interno del regime, chiedendo provvedimenti contro coloro che “si spacciano per leader ideologici del sistema”, minandolo al contempo dall’interno. Tali dichiarazioni rivelano una crescente paranoia e una perdita di coesione tra l’élite al potere.
Una società al limite
Nonostante tutte queste sfide interne, la fonte di paura più grande del regime rimane il popolo stesso. La natura esplosiva della società iraniana – ora più consapevole e risoluta che mai – è diventata la preoccupazione più urgente del regime. Khamenei sta facendo tutto il possibile per reprimere questa ondata montante, mobilitando tutte le forze di sicurezza disponibili per tentare di impedire ciò che sa essere inevitabile.
Watch and judge how internal strife and #IranRevolution have frightened #Khamenei, leading him to plead with insiders not to boycott the upcoming parliamentary elections. pic.twitter.com/xVILYNMIpB
— NCRI-FAC (@iran_policy) December 27, 2023
La situazione è diventata così instabile che molti credono che basti una sola scintilla per innescare un’esplosione nazionale. Il 30 giugno, il notiziario statale Didar News ha citato Parvaneh Salahshouri, ex parlamentare, che ha descritto in modo crudo l’attuale stato del Paese: “L’Iran è attualmente come un vulcano dormiente. Qualsiasi scossa, qualsiasi evento spiacevole, qualsiasi scintilla potrebbe portare a un’esplosione”.
Il messaggio è chiaro: il dopoguerra non è un’opportunità per il regime di ricostruire o riformare, ma una finestra di resa dei conti. Il popolo iraniano è più consapevole che mai di come il suo futuro sia stato dirottato da un regime che ha investito in guerra, repressione ed espansione ideologica. E il regime, mentre si aggrappa al potere attraverso la paura, poggia su fondamenta sempre più fragili.
Prima o poi il vulcano dormiente erutterà.
