sabato, Dicembre 10, 2022
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Ora bisogna indagare sul massacro dei prigionieri politici iraniani nel 1988

Sono stato fortunato ad avere salva la vita. Ora si deve indagare sul massacro dei prigionieri politici iraniani nel 1988.

Sono stati giustiziati a migliaia soltanto per il sostegno che davano al PMOI (MEK).

di Mostafa Naderi

Fonte: independent.co.uk

I social media hanno reso più difficile ai governi coprire gli abusi. Per me questa consapevolezza ha implicazioni strazianti. Forse le vite di migliaia di persone innocenti, molti dei quali amici cari, avrebbero potuto essere salvate nel mio natio Iran.Come attivista dei diritti umani che ha trascorso 11 anni nelle prigioni del regime iraniano – di cui cinque e mezzo in isolamento – sono uno dei pochi sopravvissuti al massacro dei prigionieri politici del 1988 in Iran.  Un quarto di secolo fa, nel luglio 1988, mi trovavo nell’infermeria del noto carcere di Evin, a Teheran.Ero stato arrestato nel 1981 a 17 anni con l’imputazione di appoggiare la maggiore forza di opposizione, l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (PMOI/MEK) e di vendere le sue pubblicazioni. Nel 1988, mentre ero in isolamento, ero stato brutalmente frustato sulle piante dei piedi con delle corde. A causa di una forte emorragia di sangue svenni nella mia cella e fui trasferito nell’infermeria dell’ospedale.

Quando ripresi conoscenza un prigioniero apolitico anch’egli ospedalizzato mi chiese come mi chiamavo. Risposi “Mostafa Naderi”. L’uomo ripeté il mio nome con sorpresa, come se mi conoscesse. Disse: “Sono venuti e hanno chiamato il tuo nome diverse volte”. Mi ci volle un po’ per scoprire cosa stesse accadendo.

Mentre tornavo alla mia cella, alcuni giorni dopo, vidi che le porte delle celle di entrambi i lati del corridoio erano spalancate e gli effetti personali dei carcerati erano allineati di fronte alle celle. Ma le 60 celle erano tutte vuote.

Pochi giorni dopo, quando fui trasferito dall’isolamento al reparto 325, mi feci l’idea di quanto era successo. Attraverso altri prigionieri scoprii che Khomeini aveva emesso una fatwa che ordinava il massacro dei prigionieri politici, in particolare dei sostenitori del MEK. Realizzai che tutti i prigionieri che stavano nelle 60 celle vuote davanti cui ero passato pochi giorni prima erano stati giustiziati. Non ne era stato risparmiato nessuno.

Il cosiddetto ‘Comitato del perdono’ che Khomeini aveva inviato nelle carceri, in realtà era un ‘Comitato della morte’ designato da Khomeini in persona. Davanti a questo comitato a un prigioniero era sostanzialmente posta una domanda: “Sei ancora fedele al MEK?”. Chiunque rispondesse senza la più totale contrizione e sottomissione affrontava la pena capitale. Le vittime erano incolpate di “moharebeh” o di “dichiarare Guerra a Dio”. Questo significava avversare il regime dei mullah.

La sala di riunione della prigione diventò un mattatoio. I prigionieri venivano allineati per sei in vari gruppi. Attorno a ciascun collo veniva messo un cappio. Le guardie della prigione davano un calcio alle sedie sotto ai loro piedi impiccandoli tutti insieme. La notte, i corpi venivano portati su furgoni per la carne nelle fosse comuni. Qualche notte ne venivano giustiziati più di 400.

Successivamente ho saputo che in diverse occasioni le guardie erano venute nel braccio dove ero rinchiuso io e avevano chiamato il mio nome. Avevano una tale fretta che se ne andarono quando non riuscirono a trovarmi.

Quando il massacro finì, dei 10.000/12.000 prigionieri rinchiusi a Evin ne erano sopravvissuti 250. Tutti gli altri erano stati giustiziati.

Fui infine scarcerato nel 1991. Dopo pochi mesi riuscii a lasciare segretamente l’Iran, andando prima in Turchia e poi in Canada. Nei pochi mesi in cui rimasi in Iran mi adoperai in ogni modo per scoprire la vera portata del massacro. Del 1988. Nessuno ancora ne conosce l’esatta portata e potrebbe non scoprirsi mai prima della caduta dei mullah. Ma, dato il numero dei reclusi e alla luce dei resoconti dalle varie prigioni, le vittime assommarono almeno a 30.000 prigionieri politici, in massima parte simpatizzanti del PMOI.

Quando la comunità internazionale ne venne a conoscenza era troppo tardi. Seguirono poche condanne verbali, ma niente di più. Fortunatamente oggi esistono Facebook e Twitter. Nel giro di pochi minuti il mondo è informato sulle vittime.

La comunità internazionale è stata a conoscenza di questo crimine per anni. Amnesty International nel 2008 lo ha definito un crimine contro l’umanità. Il canadese Maurice Copithorne, ex Rappresentante speciale per i diritti umani delle Nazioni Unite lo ha definito una macchia sulla storia contemporanea dell’Iran. A tutt’oggi la comunità internazionale siede insieme con gli orchestratori di questo massacro, che occupano posizioni governative di rilievo a Teheran. Questo è vergognoso.

Come ha detto Maryam Rajavi, leader della resistenza iraniana, è giunto il tempo che le Nazioni Unite prendano in esame questo crimine contro l’umanità, indaghino sul massacro del 1988 e consegnino alla giustizia i colpevoli.

 

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