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Iran, il Paese del boia: in cinque mesi 190 esecuzioni

Continuano le esecuzioni capitali ordinate dal regime teocratico e antidemocratico di Teheran

ImageMAURO ANNARUMMA
31.05.2009 – Tra le aberrazioni del  giustizialismo quella della pena di morte è tra le peggiori, e non sono sufficienti la democrazia e una moratoria dell'ONU per placare la sete di sangue dei tribunali populisti di molti Paesi del mondo e di oligocrazie preoccupate da dissidenti e intellettuali all'opposizione.
Fra tutti, l'Iran è il primo Paese al mondo, in rapporto alla popolazione, per numero di esecuzioni, ben 190 dal primo gennaio ad oggi, con un drammatico aumento del 70% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. 

 Le ultime tre vittime sono di sabato 23 maggio, fra cui una donna, impiccate nel sud della città di Shiraz. Non è possibile stilare un rapporto completo e ufficiale delle vittime del boia iraniano, in quanto gli osservatori delle organizzazioni per i diritti umani e delle agenzie governative delle Nazioni Unite non sono ammessi ai tribunali del Paese, pertanto i dati attuali corrispondono a quelli forniti, volta per volta, dalle notizie dei quotidiani iraniani: secondo quanto risulta alla Abdorrahman Boroumand Foundation, fondazione per i diritti umani in Iran, nel 2007 sono state eseguite 466 esecuzioni e 381 nel 2008, nonostante la moratoria delle Nazioni Unite approvata dall'Assemblea di cui l'Iran è membro.
Le Nazioni Unite, che nel dicembre del 2007 ne approvarono la proposta, con l'astensione degli Stati Uniti, in cui la pena capitale non è prevista solo in 13 Stati su 50, ha il compito di vigilare sul rispetto della stessa, che tuttavia non è vincolante.
Ha fatto il giro del mondo, l'anno scorso, la notizia dell'impiccagione della giovane artista iraniana Delara Darabi, condannata nel 2003 quando era ancora minorenne per un presunto omicidio. I tribunali iraniani, nonostante il forte movimento internazionale che premeva per la sospensione della pena, non vollero riconsiderare la condanna emessa, alla luce delle nuove prove della difesa.
Numerose anche le coppie omossessuali condannate alla forca, come i giovanissimi Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, di 18 e 19 anni, arrestati a gennaio a Sardasht con l'accusa di sodomia: l'omossessualità in Iran come in altri Paesi islamici, equivale ad essere nemici di Allah e prevede la condanna a morte, spesso per lapidazione.
Venuta meno la sua funzione di deterrenza, per crimini che comunque vengono commessi nonostante l'altissimo rischio della pena, la massima pena contiua a rappresentare un importante braccio armato della politica repressiva del governo antidemocratico e teocratico, che annovera tra i suoi crimini la discriminazione delle donne e delle minoranze, etniche e religiose, e soffoca le libertà di stampa e di espressione.

 

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