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Membro dei Mojahedin del Popolo smaschera le menzogne del New York Times: il quotidiano non fece che ripetere le menzogne del regime iraniano

New York Times

Il sig. Mohammad Shafaei, membro dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (OMPI/MEK), ha smascherato, in un articolo pubblicato sul sito web “Issues and Insights”, le accuse avanzate dal New York Times all’inizio di quest’anno. L’articolo del Times era parte di una serie di articoli scritti da giornalisti amici del regime, che avevano deciso di violare l’etica giornalistica ed i principi morali rigurgitando la false accuse dei mullah contro i Mojahedin del Popolo,
vecchie ormai di quattro decenni.

ll sig. Shafaei ha riportato le domande postegli dal giornale: “Comunica le sue fantasie sessuali al suo superiore?”; “Comunica i suoi segreti al suo superiore?”; “Pensa che un’organizzazione autoritaria come quella dei Mojahedin del Popolo potrà portare la democrazia in Iran?”; “Uno dei suoi amici ci ha già detto che confessa le proprie fantasie sessuali al suo superiore. Lo fa anche lei?”. Il sig. Shafaei compara le domande postegli dal giornalista del New York Times a quelle degli inquirenti del regime.

Egli aggiunge: “Non fatevi ingannare, questo non è un episodio di “Law & Order”: queste sono le domande postemi dal corrispondente del New York Times Patrick Kingsley nel mese di Gennaio, quando venne in visita ad Ashraf 3, a nord ovest della capitale albanese Tirana, dove risiedono dal 2016 migliaia di membri dell’opposizione iraniana, trasferitisi qui dopo essere sopravvissuti ai tentativi di Teheran di eliminarci.”

Il membro dei Mojahedin scrive: “Non ho potuto fare a meno di trovare l’approccio del New York Times un agghiacciante promemoria dei metodi degli inquirenti del regime. Quando arrestarono due dei miei amici, li torturarono per ottenere informazioni su altri membri della resistenza. Dissero ad uno di loro che il suo amico aveva gia parlato, e che quindi anche lui avrebbe fatto bene a fornirli tutte le informazioni.”

Mohammad Shafaei, facendo riferimento alla sua storia personale ed al martirio della sua intera famiglia, scrive: “Avevo 8 anni quando, nel 1981, il regime giustiziò sei membri della mia famiglia perché sostenitori dell’opposizione (i Mojahedin del Popolo). Tra quei sei c’erano mio padre, il dott. Morteza Shafaei, mia madre, due dei miei fratelli (uno di loro aveva soli 16 anni), mia sorella e mio cognato. Dopo essere scappato dall’Iran mi trasferii in America, a Greensboro, nel North Carolina. Ero uno studente di medicina con tutti A + presso l’Università del North Carolina, a Greensboro, e avevo davanti a me tantissime opportunità. Sebbene avessi una vita prosperosa decisi di dedicarla alla lotta per la libertà del mio popolo in Iran.”

Sottolineando la libertà di scelta che ciascuno dei membri dei Mojahedin del Popolo ha avuto ed ha tuttora nella lotta contro il regime clericale iraniano, Mohammad racconta il processo che lo portò a scegliere la lotta per la libertà tra le fila dei Mojahedin: “Nel 1995 abbandonai i miei studi per unirmi alla resistenza iraniana. L’intervista con il New York Times, che durò 25 minuti, fu più simile ad un interrogatorio, ad un processo pieno di accuse offensive contro di me e le mie convinzioni, ad un umiliante interrogatorio sulla mia vita privata, che ad un’intervista. Risposi a tutte le accuse: non ho niente da nascondere. Il New York Times non si preoccupò di pubblicare le mie risposte e correzioni: nulla di sorprendente. Durante la sua visita al campo, il corrispondente visitò un museo in cui era esposto, tra le altre cose, un memoriale in tributo ai 1500 dimostranti iraniani massacrati dal regime durante le proteste di Novembre. Nel suo rapporto, il new York Times non fece nessun riferimento a questa tragedia né al sacrificio delle centinaia di migliaia di persone (compresa la mia famiglia) cadute per la libertà da quando, quarant’anni fa, i mullah presero il potere.”

Il sig. Shafaei, ricordando il suo ultimo incontro con sua madre, scrive: “Non dimenticherò mai gli ultimi attimi con mia madre. Quando le Guardie della Rivoluzione irruppero in casa nostra ed arrestarono mia madre, lei mi disse che non sarebbe più tornata. Avrei scoperto più tardi che erano venuti a prenderla per giustiziarla. Dissero a mia madre che se voleva tornare a vivere con me e mio padre avrebbe dovuto rilasciare un’intervista televisiva in cui denunciava i Mojahedin del Popolo e la loro lotta per la libertà. Rifiutò, e per questo pagò con la sua stessa vita.”

Il sig. Shafaei ha aggiunto: “Se il Times dovesse raccontare la storia di mia madre, probabilmente la descriverebbe come una madre anaffettiva che non aveva a cuore il benessere del proprio figlio. Anche se la sua decisione di sacrificare la propria vita fu per me straziante, sono molto orgoglioso di lei. Per anni il New York Times si è schierato a favore di una politica estera americana di appeasement nei confronti dei mullah al potere in Iran. Nel frattempo invece gli iraniani manifestavano chiedendo un cambio di regime, dando vita e partecipando alle proteste del 2018 e, più recentemente, a quelle di Novembre 2019 e Gennaio 2020.”

Facendo riferimento alla campagna degli apologeti del regime, che diffondono fase accuse secondi le quali non ci sarebbe nessuna valida alternativa al regime dei mullah, ignorando intenzionalmente il desiderio di libertà e democrazia del popolo iraniano e l’esistenza di una valida alternativa come l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, Mohammad Shafaei conclude: “Anzi, promuovendo la falsa idea che non esista una valida alternativa al regime, e demonizzando i Mojahedin del Popolo, [il New York Times] prova a sabotare la campagna di pressione sui mullah portata avanti dal presidente Donald Trump. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di una volontaria cecità di fronte alle realtà sul campo in Iran. Nella peggiore siamo invece di fronte ad una vergognosa ed offensiva censura, ad una distorsione della realtà messa in campo per soddisfare un’agenda politica che mette a rischio milioni di vite.”