venerdì, Dicembre 2, 2022
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L’anno scorso, in questo periodo, c’è stata una grande rivolta in Iran

Nell’anniversario delle proteste del novembre del 2019 è importante capire l’impatto di questa rivolta e il ruolo dell’opposizione iraniana.
Prima di tutto bisogna sottolineare che questa rivolta non è stata la prima del suo genere.
Infatti è avvenuta dopo due anni da un altro movimento di protesta nazionale ed entrambe mostrano notevoli somiglianze.
La prima è iniziata alla fine del 2017 ed è durata per tutto il mese di gennaio 2018 e , sebbene all’inizio si sia concentrata su lamentele di tipo economico, poco dopo ha assunto una matrice politica e le dure contestazioni chiedevano la fine del regime, tanto che uno degli slogan più più scanditi era:” morte al dittatore”.
Tale chiaro messaggio è stato mantenuto vivo in una serie di proteste sparse nei mesi successivi alla rivolta iniziale ed è stato ripreso su scala ancora più ampia lo scorso novembre.
Mentre la rivolta del gennaio 2018 avrebbe riguardato circa 150 città, in tutte le31 province iraniane, le proteste sono state confermate in 191 città per un periodo di meno di due settimane nel novembre del 2019.
La breve durata di quest’ultima è stata un segno dell’efficacia dell’organizzazione della Resistenza Iraniana.
Durante entrambe le rivolte l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK) ha svolto un ruolo di primo piano, motivo per cui il regime ha usato ” tutto quello che poteva” per ostacolare la sua caduta.
Il leader supremo Alì Khamenei ha confermato il ruolo guida del MEK in uno dei suoi discorsi.
Mentre si svolgeva la rivolta, Khamenei ha dichiarato che il MEK aveva ” pianificato da mesi” di diffondere il messaggio del cambio di regime.
Teheran ha, naturalmente, risposto con la violenza a quella rivolta iniziale e si stima che diverse decine di manifestanti siano stati uccisi, alcuni dei quali sotto tortura.
Eppure l’oppressione del regime non ha impedito agli iraniani di riversarsi nuovamente in strada a novembre.
Il discorso di Khamenei ha confermato la fragilità del regime: ha riconosciuto pubblicamente che il MEK è la principale opposizione al regime, rinnegando la trentennale propaganda del suo regime che definiva il PMOI un ” grouplet”, praticamente decimato dalle esecuzioni di più di 30.000 prigionieri politici, sostenitori del MEK, nell’estate del 1988.
Tutto ciò indica quanto il regime sia disposto a fare per eliminare ogni forma di dissenso e la repressione di Teheran riguardo alla rivolta del novembre 2019 si deve collocare in quest’ottica.
Chiaramente preoccupate per la crescente influenza dell’organizzazione del MEK, le autorità del regime hanno ordinato alle Guardie rivoluzionarie ( IRGC) di affrontare la rivolta di novembre con forza letale.
Amnesty International ha successivamente confermato che le forze dell’IRGC hanno aperto il fuoco sui manifestanti. Il 15 dicembre, il MEK ha presentato alla comunità internazionale in rapporto sulla repressione. Secondo il MEK, l’IRGC aveva ucciso 1.500 persone con arma da fuoco in tutto il paese sia manifestanti adulti che bambini di tre anni, rivelando più di 800 nomi di vittime.
La gravità della risposta è stata chiaramente pianificata ed è stata supportata da numerosi altri episodi di repressione.
A settembre, Amnesty International ha pubblicato un rapporto intitolato “Trampled Humanity”( Umanità calpestata) che descriveva in dettaglio molte forme di tortura che erano state inflitte ai detenuti politici all’indomani della rivolta.
Il PMOI/ MEK ha continuato a denunciare le condizioni dei prigionieri e ha notato che la situazione era peggiore di quanto sembrava inizialmente, in parte perché alcuni detenuti erano stati rinchiusi in prigioni temporanee particolarmente segrete.
Ma altri casi di repressione sono stati molto pubblici, motivati dal desiderio di intimidire l’opinione pubblica.
Sia a settembre che a ottobre, le forze di sicurezza dello stato hanno aggredito pubblicamente i cittadini e li hanno portati in giro sul retro di camioncini come atto di umiliazione.
Le autorità del regime hanno giustificato tali azioni affermando che si trattava di ” teppisti”, epiteto applicato anche ai partecipanti alle rivolte nazionali.
Il generale di brigata dell’IRGC Seyed Majid Mirahmadi, citando la volontà del leader supremo ha affermato:” la principale richiesta di Khamenei è quella di sradicare l’insicurezza nella società ed è responsabilità di tutte le forze armate fermare gli oppositori organizzati dal privare di conforto Khamenei e il suo regime”.
Mirahmadi ha inoltre sottolineato che l’IRGC e i suoi associati sono pronti ad affrontare con violenza chiunque ” voglia insultare i valori della rivoluzione”.
Questo epiteto ” teppisti” ricorda chiaramente il modo in cui il leader supremo ha descritto il MEK in un discorso alla milizia Basij all’inizio dell’attuale anno solare iraniano.
Khamenei ha esortato disperatamente le forze Basij a contrastare la crescente influenza del MEK nei campus universitari, per evitare che il mondo riconosca l’attivismo studentesco come orientato verso lo stesso obiettivo di cambiamento di regime delineato nella rivolta di novembre.
Ma all’epoca di quel discorso, il legame tra movimento studentesco e l’obiettivo del MEK di cambiare il regime era già stato reso abbastanza evidente.
Lo scorso gennaio, due mesi dopo la la più brutale repressione dell’IRGC degli ultimi anni, i campus universitari sono diventati il centro di nuove proteste anti- regime in più di una dozzina di province.
In quel caso l’opinione pubblica ha reagito non agli indicatori economici, ma alla rivelazione che Teheran aveva tentato di coprire un attacco missilistico dell’IRGC che aveva ucciso 176 persone a bordo di un aereo di linea commerciale.
Tuttavia, il messaggio finale dei disordini era lo stesso, in quanto condannava il regime nel suo complesso e sollecitava un completo cambiamento di governo.
La rivolta di gennaio è stata un primo segno dei persistenti effetti delle precedenti.
Il quotidiano iraniano Afkar News ha definito i detenuti della rivolta di novembre ” in qualche modo legati al MEK”; un altro quotidiano, Jomhouri Esmali, ha citato un funzionario di alto rango dell’IRGC che ha detto la stessa cosa sui manifestanti nel loro insieme.
Inoltre, Alì Shamkhani, il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, ha ammesso in parlamento che anche gli attivisti che non sono membri del MEK tendono a fare parte di” una vasta rete di individui che non operano nel suo nome, ma che perseguono la loro linea e il loro modus operandi”

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