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Maryam Rajavi su The Critic: L’Occidente deve incentrare la sua politica sull’Iran sulla rivolta interna

NCRI President-elect Mrs. Maryam Rajavi shares a video message with thousands of Iranians gathered in New York on September 22, 2026

In un articolo pubblicato il 23 settembre su The Critic, Maryam Rajavi, presidente-eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI), chiede un cambiamento radicale nella politica occidentale nei confronti di Teheran, sostenendo che le crescenti crisi interne della dittatura clericale hanno creato le condizioni per un cambiamento politico guidato dal popolo iraniano e dalla sua resistenza organizzata.
A più di sei mesi dallo scoppio della guerra con gli Stati Uniti, la signora Rajavi descrive un sistema di potere iraniano alle prese con il collasso economico, la crescente instabilità sociale, le lotte intestine tra fazioni e una crisi di dirigenza.

Evidenzia gli avvertimenti lanciati da alti funzionari iraniani riguardo a una nuova rivolta e sostiene che l’intensificazione delle esecuzioni di prigionieri politici riflette le preoccupazioni delle autorità per una rinnovata resistenza popolare. “La crisi iraniana ha una sola vera soluzione: il cambio di regime”, scrive la signora Rajavi, indicando che tale cambiamento deve provenire dall’interno della società iraniana piuttosto che da un intervento militare straniero.

Esorta i governi occidentali ad abbandonare le politiche che ignorano le dinamiche politiche interne dell’Iran, ad aumentare i costi politici e legali della repressione, a contrastare le reti finanziarie e transnazionali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, a sostenere la libera comunicazione per gli iraniani e a riconoscere il ruolo dell’opposizione organizzata nella transizione verso una repubblica democratica.
Di seguito il testo integrale dell’articolo, originariamente pubblicato da The Critic:

L’Occidente deve favorire la rivolta interna dell’Iran

I governanti iraniani si trovano ad affrontare crisi sempre più gravi e la repressione potrebbe non essere più sufficiente.

Artillery Row di Maryam Rajavi
23 settembre 2026

A più di sei mesi dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, contrariamente all’immagine che i mullah di Teheran si sforzano di proiettare, le crisi che affliggono il sistema di potere stanno esplodendo su tutti i fronti.
Un’economia collassata senza alcuna prospettiva di contenimento, crescenti disordini sociali alimentati dalle richieste di diritti e bisogni primari, lotte intestine tra fazioni all’interno del regime su come evitare la perdita di controllo e una guida priva dell’autorità del padre sono solo l’inizio della serie di crisi che il regime si trova ad affrontare.

Due mesi fa, la valutazione prevalente era che il Memorandum d’Intesa — che, per ammissione di tutte le parti coinvolte, compresi gli ex funzionari del regime, serviva ai suoi interessi vitali — potesse fornire un momento di respiro quanto mai necessario alla teocrazia al potere.
Tuttavia, i religiosi lo hanno respinto categoricamente. Non perché non riconoscano i propri interessi, ma perché nessuno meglio di loro comprende la gravità delle crisi e la situazione di stallo strategico in cui sono intrappolati.

Per preservare il loro potere sempre più indebolito, i mullah continuano a dipendere da una repressione implacabile, dall’esportazione di crisi, dall’istigazione alla guerra, da gruppi che agiscono su sua procura e da continui sforzi per acquisire armi nucleari.

La crisi iraniana ha una sola vera soluzione: il cambio di regime

La crisi iraniana ha una sola vera soluzione: il cambio di regime

Tuttavia, un tale cambiamento può essere realizzato solo dal popolo iraniano, da tempo sofferente, e dalla sua resistenza organizzata.
Anche alcuni alti funzionari, tra cui il presidente del “parlamento” del regime, Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno apertamente riconosciuto la possibilità di una nuova rivolta, ammettendo che la linea attuale è insostenibile e che il sistema non può durare indefinitamente.
L’ondata senza precedenti di esecuzioni politiche contro i dissidenti, in particolare membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI/MEK) e giovani arrestati durante la rivolta del gennaio 2026, non è tanto un segno di forza quanto il riflesso di un gruppo dirigente al potere attanagliato dall’ansia per la prospettiva di una nuova rivolta e per il ruolo cruciale della Resistenza in essa. Evidenzia il fatto che la principale sfida per il regime non deriva da pressioni esterne, ma dalla sua difficile situazione interna e dal crescente divario tra lo Stato e la società.

Le circostanze attuali impongono una rivalutazione dei presupposti che hanno plasmato la politica occidentale per anni. Se le radici della crisi risiedono all’interno dello stesso Iran, il realismo impone che qualsiasi strategia efficace debba concentrarsi sulle dinamiche interne del Paese.
Una simile strategia deve includere l’aumento dei costi politici e legali della repressione, il contrasto alle reti terroristiche transnazionali dei mullah, all’esportazione dell’estremismo e alle strutture di finanziamento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, il principale strumento di repressione e terrore del regime. Deve sostenere il libero accesso degli iraniani all’informazione e alla comunicazione e riconoscere il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro politico. Deve inoltre riconoscere che le forze di opposizione organizzate svolgeranno un ruolo decisivo in qualsiasi futura transizione politica verso l’instaurazione di una repubblica democratica.
La questione centrale oggi non è se esista una soluzione alla crisi iraniana. La questione è se i governi occidentali siano disposti ad andare oltre le formule fallimentari del passato e perseguire una politica basata sulla realtà dell’Iran di oggi, invece che sulle ipotesi di ieri.