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Personalità politiche arabe sostengono la Resistenza iraniana e respingono la guerra e la politica di appeasement come soluzioni alla crisi di Teheran

Un gruppo di 286 parlamentari, ministri e personalità politiche arabe, attuali ed ex, di 11 Paesi, ha condannato le politiche regionali dell’Iran e ha chiesto un maggiore sostegno alla Resistenza organizzata del popolo iraniano, sostenendo che né lo scontro militare né un compromesso con Teheran offrono una soluzione duratura alla crisi politica del Paese.
La dichiarazione, firmata da personalità di Bahrein, Tunisia, Giordania, Sudan, Siria, Iraq, Palestina, Libano, Egitto, Marocco e Yemen, accusa il regime iraniano di interferire negli affari interni degli Stati arabi, di sostenere gruppi armati e di utilizzare l’instabilità regionale come strumento di sopravvivenza politica.
“Condanniamo le politiche aggressive del regime iraniano, la sua ingerenza negli affari dei Paesi arabi, il suo sostegno alle milizie, l’esportazione del terrorismo, le minacce alla sicurezza e alla sovranità dei Paesi della regione e i suoi continui tentativi di destabilizzarli”, si legge nella dichiarazione.
I firmatari hanno descritto la repressione interna e la politica estera di Teheran come due componenti della stessa strategia. Hanno affermato che, negli ultimi 47 anni, “la repressione interna, l’esportazione del terrorismo, l’ingerenza negli affari dei Paesi della regione e il programma di ottenere armi nucleari hanno costituito pilastri fissi nella strategia di sopravvivenza di questo regime”. Hanno inoltre citato gli attacchi missilistici e con droni, nonché il sostegno alle forze sue alleate, come prova del fatto che, a loro avviso, i dirigenti iraniani hanno subordinato la stabilità regionale alla preservazione del loro sistema politico.

Enfasi sull’opposizione organizzata iraniana

Un tema centrale della dichiarazione è la tesi secondo cui la pressione politica interna all’Iran, piuttosto che una guerra proveniente dall’esterno, dovrebbe essere decisiva in qualsiasi cambio di governo.
Il documento evidenzia un aumento delle esecuzioni, degli arresti e delle pressioni sugli oppositori, compresi “i membri e i sostenitori dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI/MEK)”. Tuttavia, interpreta tali misure non come prova del controllo esercitato dal regime clericale, bensì come segno della sua vulnerabilità.
«Questa repressione non riflette la forza del regime», afferma la dichiarazione. «Piuttosto, rivela la sua paura della Resistenza organizzata e di una società sull’orlo dell’esplosione».
La dichiarazione rilasciata dal Comitato arabo-islamico per il rifiuto dell’ingerenza del regime iraniano nella regione afferma che le iniziative di sicurezza regionale rimarrebbero incomplete senza “il popolo iraniano e la sua Resistenza organizzata”. Sostiene inoltre che le politiche volte unicamente a contenere la forza del regime iraniano all’estero fallirebbero se non affrontassero anche il suo sistema politico.
La dichiarazione respinge esplicitamente quella che presenta come una scelta binaria tra venire incontro a Teheran e entrare in guerra.
«Né la politica di appeasement né la guerra costituiscono una soluzione alla crisi dell’Iran e della regione», hanno affermato i firmatari. «La vera soluzione risiede nel sostenere il diritto del popolo iraniano alla libertà e alla democrazia, e nel sostenere la Resistenza iraniana organizzata, in modo da garantire pace, stabilità, buoni rapporti di vicinato e cooperazione tra i popoli della regione».

Il comitato si è spinto oltre nel suo comunicato stampa, sostenendo che la fonte decisiva di pressione sul regime risiede all’interno dell’Iran. Ha chiesto il riconoscimento del diritto del popolo iraniano all’autodifesa e del diritto della Resistenza organizzata a smantellare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, descritto dal comitato come il principale strumento di repressione interna e di guerra regionale. Il suo obiettivo finale dichiarato è la sostituzione del sistema di governo clericale iraniano con “una repubblica democratica e non nucleare” che conviva pacificamente con i Paesi vicini.

Tra i firmatari figurano ex ministri e parlamentari in carica

L’elenco allegato identifica decine di sostenitori provenienti da tutta la classe dirigente politica araba. Tra questi figurano Ibrahim Abrash, ex ministro della cultura palestinese; Ahmad Qarata, attuale secondo vicepresidente del Consiglio dei Rappresentanti del Bahrein; Ayham al-Samarrai, ex ministro dell’Energia elettrica iracheno; Hatem al-Sir Ali, ex ministro dei Trasporti sudanese; e Hassan Boukhammas, parlamentare bahreinita che presiede la Commissione per gli Affari esteri, la difesa e la sicurezza nazionale della Camera.
Tra gli altri nomi figurano Kamil Chamoun, attuale membro del Parlamento libanese; Moin al-Merhebi, ex ministro del Turismo libanese; Siham Badi, ex ministra tunisina per gli Affari femminili; Mohammad Qubati, ex ministro del Turismo yemenita; e Mousa al-Ma’ani, ex ministro di Stato giordano, identificato nel comunicato stampa come presidente del Comitato arabo-islamico per il rifiuto dell’ingerenza del regime iraniano nella regione.
La dichiarazione rappresenta un’approvazione pubblica insolitamente ampia da parte di figure politiche arabe di un approccio alla sicurezza regionale incentrato sull’opposizione iraniana. La sua tesi centrale è che la solidità della posizione regionale dell’Iran non può essere separata dalle condizioni politiche interne al Paese e che il contrappeso più efficace a Teheran non è un altro intervento militare straniero, bensì un movimento interno organizzato, capace di sfidare il sistema dall’interno.