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Onu, Usa e Ue per Ashraf

Articolo di Elisabetta Zamaparutti pubblicato su Il Riformista, il 08/12/11

Il governo iracheno ha deciso, sotto pressione iraniana, di smantellare entro la fine dell’anno il Campo Ashraf, nell’est del Paese. Li risiedono circa 3.500 oppositori al regime iraniano appartenenti ai mujaheddin del popolo. Stiamo parlando di un movimento di resistenza, che nel passato è stata anche armata, salvo però, nel 2003, decidere di abbandonare questa via consegnando le armi alle forze americane che assunsero la protezione del Campo. Un movimento inserito negli anni ’90 dall’Ue e dagli Usa nella lista delle organizzazioni terroristiche in nome delle buone relazioni che si volevano avere con l’Iran, salvo poi riconoscere l’ingiustizia della decisione. L’Ue li ha infatti cancellati dalla lista nera nel 2010 dopo varie sentenza della Corte europea e cosi dovrebbe fare l’amministrazione Obama dopo la sentenza della Corte del Distretto di Columbia.

I pericoli per i residenti risiedono nel fatto che con il ritiro delle truppe statunitensi la sovranità su Ashraf è passata, dal 2009, nelle mani dell’Iraq che vuole disfarsi dei mujaheddin. Segnali intimidatori, per usare un eufemismo, in tal senso sono stati dati nel luglio del 2009 e poi di nuovo nell’aprile del 2011 quando attacchi armati delle forze irachene hanno causato decine di morti tra i residenti. Dal 29 novembre 2011 inoltre la V divisione irachena, protagonista del tragico attacco dell’8 aprile, ha iniziato la costruzione di un terrapieno di 3 metri di altezza a sud-est del Campo e sta erigendo altre costruzioni in prossimità dello stesso. I terrapieni sono collocati ad appena 15 metri dai recinti del Campo e sono situati accanto ad una stazione degli agenti del Ministero delle Informazioni del regime iraniano che da 654 giorni con centinaia di potentissimi altoparlanti minacciano i residenti di morte, di estradizione e di distruzione del Campo. Allo stato attuale, la chiusura di Asharf è una tragedia annunciata che bisogna evitare. Se infatti i residenti di Ashraf fossero dispersi in piccoli gruppi, le forze irachene e quelle iraniane avrebbero gioco facile nella loro eliminazione senza che il mondo sappia nulla. A preoccupare sono anche le parole di Struan Stevenson, presidente del gruppo del Parlamento europeo per le relazioni con l’Iraq, che ha recentemente parlato di un piano del governo iracheno per trasferirli nella prigione di Al-Mothanna a Baghdad, dove, secondo recenti notizie, si commettono torture e stupri.

Serve quindi una soluzione politica per Ashraf che coinvolga Onu, Stati Uniti e Stati europei in primis per evitare il trasferimento forzato e la dispersione di queste persone all’interno dell’Iraq o peggio ancora un loro rientro forzato in. Iran.

A tale fine, occorre innanzitutto che l’Iraq permetta all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati di procedere al rilascio dello status di rifugiato ai residenti del campo prorogandone innanzitutto la data di chiusura.

Ma occorre anche che, a partire dagli Stati dell’Unione Europea, vengano accolti subito alcuni dei residenti di Ashraf, in particolare i malati e i feriti a seguito dell’attacco armato dell’aprile scorso. Questo vale in particolare per l’Italia dove il Parlamento ha rivolto al governo una richiesta proprio in questo senso.

Elisabetta Zamparutti,
deputata radicale e co-presidente del Comitato Iran Libero

 

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