venerdì, Dicembre 2, 2022
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Il Generale Phillips: Un grido deve uscire forte e chiaro che noi non tollereremo la violenza contro le persone protette di Campo Ashraf, tale termine deve essere rinviato

Lo scorso sabato 10 dicembre, nella Giornata Internazionale dei Diritti Umani, e alla vigilia dell’incontro del presidente americano Barack Obama con il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki a Washington DC, in una telefonata al Presidente Obama, parlamentari americani ed europei, hanno sollecitato l’annullamento della scadenza del 31 dicembre su Ashraf e il trasferimento forzato dei suoi residenti in Iraq, l’allarme di un imminente massacro e la catastrofe umana ad Ashraf. Relatori alla riunione erano: Maryam Rajavi, Presidente eletta della Resistenza Iraniana, André Glucksmann, scrittore e membro del New France Pholosopher, Andrew Card, Capo di Stato Maggiore del Presidente Bush (2001-2006), Bill Richardson, governatore del New Mexico ( 2003-2011) ed ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Mitchell Reiss, Direttore del Dipartimento di Stato americano della Strategia di Sviluppo (2003 – 2005), Alan Dershowitz, uno dei più importanti sostenitori dei diritti individuali e l’avvocato penale più noto al mondo; Geoffrey Robertson QC, prominente giurista britannico e ex giudice corte d’appello presso il Tribunale Speciale delle Nazioni Unite per la Sierra Leone, Sid Ahmed Ghozali, ex Primo Ministro Algerino, Patrick Kennedy, membro del Congresso degli Stati Uniti (1995-2011), senatore Ingrid Betancourt, candidata alle presidenziali colombiane, il Generale David Phillips, comandante di polizia militare degli Stati Uniti (2008-2011), Jean-François Le Garrett, sindaco del 1° distretto di Parigi, Aude de Thuin, il fondatore del Forum delle donne per l’Economia; Cynthia Fleury, filosofo occidentale contemporaneo.

Di seguito è riportato il  discorso del Generale Phillips:

Signora Rajavi, distinti ospiti, soprattutto i familiari di coloro che sono rimasti feriti a Campo Ashraf o coloro che sono ancora a Campo Ashraf, è un onore per me essere qui oggi. Sono stato soldato per oltre tre decenni. E poco più di dieci anni fa, ho appreso dell’esistenza di un gruppo di iraniani dedicato alla democrazia in Iran. Ho studiato questo gruppo. Non sapevo che in poco tempo sarei stato personalmente coinvolto con esso, i suoi leader, e la sua situazione.

Ma prima, ho sofferto per mano dei terroristi. Sono stato il direttore della sicurezza per l’Esercito al Pentagono l’9/11, 11 settembre. Poco dopo ho schierato come poliziotto veterano militare responsabile di numerose missioni in Iraq, prima delle quali la ricostruzione della polizia irachena, la detenzione dei capi del vecchio regime, e quello che io considero più importante la sicurezza per gli oltre 3.000 membri del MEK residenti a Campo Ashraf.

Sì, le persone protette a Campo Ashraf. Ero lì quando hanno volontariamente disarmato. Ero lì quando si sono consolidati a Campo Ashraf. Ho visto ciò che rimaneva delle loro altre strutture dopo essere state saccheggiate e distrutte. Ero lì quando ogni singola persona del MEK era biometricamente identificata, controllata, selezionata e interrogata individualmente. Abbiamo trovato terroristi o criminali o indesiderabili tra le diverse migliaia di uomini e donne? No. Ognuno è stato oggetto di studi approfonditi e nessuno è stato identificato come avente collegamento con atti criminali. Alcuni avevano i biglietti di parcheggio non pagato. Questo potrebbe sembrare un po’ divertente, ma io uso quello per mostrare come abbiamo studiato a fondo ogni membro del MEK. Ho dovuto fare un passo indietro e chiedermi come comandante, perché sono identificati come terroristi? Ho provato, ho cercato molto duramente di trovare qualche accusa credibile, qualche crimine palese o segreto, atti criminali, qualsiasi cosa perché questo gruppo è stato etichettato in un modo così disperato. Non ho potuto. I miei soldati mi hanno detto: “Signore, essi sostengono la democrazia, la libertà, e in particolare i diritti uguali per le donne” Non ho avuto una risposta per i miei soldati.

E non era retorica. Ho assistito in prima persona ai pari diritti in azione a Campo Ashraf. Ho passato una notevole quantità di tempo con coloro che vivono e lavorano a Campo Ashraf. Ho il piacere di conoscere quasi tutti i leader di alto livello del MEK ad Ashraf, e un numero significativo di suoi membri più giovani. Dopo che il processo di valutazione è stato completato ho riportato il messaggio alla signora Parsai, allora al comando, ora mi riferisco a lei come alla signora Zohreh, al signor Davari e a molti degli altri leader che sono stati ormai classificati come persone protette dalla convenzione di Ginevra ed io sono stato personalmente incaricato della loro incolumità e sicurezza, una missione che ho preso molto sul serio e fino ad oggi prendo molto sul serio. Sì, anche adesso, anche se non sono più direttamente responsabile per la sicurezza a Campo Ashraf, mi sento moralmente responsabile.

Già nel 2003 tutto quello che abbiamo chiesto al MEK l’hanno rispettato. Tutto. E abbiamo stabilito le procedure in modo che essi potessero auto-sostenersi, in modo da poter andare a comprare alcune della logistica di cui avevano bisogno. Ma cosa più importante, di consentire ai visitatori, soprattutto ai loro familiari, di venire a visitarli. Forse alcuni membri del MEK l’hanno voluto lasciare durante il mio mandato? Sì, certo. Piccoli numeri. Alcuni si sono alzati e se ne sono andati. Altri si sono rivolti al mio gruppo e noi li ospitavamo fino a quando abbiamo trovato una disposizione stabilita dove sarebbero andati. Ci sono state vaghe accuse di tortura e di persone che vengono trattenute contro la loro volontà con il MEK. Questo è sbagliato. Ho avuto un accesso aperto e illimitato a ogni area su Campo Ashraf, e ho approfittato di questo. Ho inscenato indipendenti e senza preavviso ispezioni e mai, e mai ho scoperto alcuna indicazione di tortura o di chiunque trattenuto contro la sua volontà. E ho cercato di dimostrare le accuse. Ma l’unica cosa che sia mai stato in grado di dimostrare senza ombra di dubbio è che le accuse erano false.
 
Alcuni dei membri del MEK che volevano lasciare sono stati effettivamente messi alla porte della mia base operativa e sono stati lasciati. Ci sono stati dei problemi tra la mia unità, le mie forze, e il MEK ad Ashraf? Naturalmente. Ma erano pochi e rari, e sono stati tutti risolti con semplici discussioni, e la comprensione gli uni con gli altri.

Ho passato oltre un anno di lavoro a ricevere una guida definitiva come una strada da percorrere a Campo Ashraf. Ho portato molti alti dirigenti delle forze della coalizione ad Ashraf. Per dare una generalizzazione, erano tutti sbalorditi che li mantenessimo in un limbo del genere. Ho lasciato l’Iraq frustrato dopo quel giro, e un anno dopo quando sono tornato ho visto che non c’era stato cambiamento. Non c’era ancora nessuna guida definitiva. Durante quel giro sono stato accusato di rapida ricostruzione della polizia irachena, e allo stesso tempo ero esperto in materia del Generale Petraeus su tutte le operazioni di polizia e di sicurezza tra cui la sicurezza a Campo Ashraf.

Qual è la risoluzione? Cosa succede dopo? Continuiamo a fare pressione. Alle oltre 3.400 persone a Campo Ashraf è stata data una promessa di protezione a seguito di un assai accurato processo di controllo e lo so per un fatto, cioè che io sono l’unico che è andato, ho visto signora Parsai e ho presentato la promessa. Mi sento così forte di quella promessa che anche adesso sarei tornato ad Ashraf e avrei funto da intermediario tra il MEK e gli iracheni di cui conosco molti alti dirigenti. E mi sento così sicuro con i presunti terroristi che avrei preso mia figlia con me. Lei è una sostenitrice vocale dei diritti umani e dei diritti per le donne. E sappiate che è entusiasta di andare.

Perché temo che se non abbiamo qualche tipo di intermediario, un certo tipo di iniziativa, rapidamente un’altra tragedia si verificherà. Abbiamo visto i membri di questa organizzazione ferocemente attaccati nel recente passato. E in poche settimane, se questa scadenza non è rinviata potremmo vederli di nuovo. Chiudere Campo Ashraf. Suona abbastanza inquietante per me, soprattutto per la gente del posto. Quando sentite parlare da altri del MEK e del popolo di Campo Ashraf, indipendentemente da chi siano, chiedete se ne sono veramente a conoscenza? Sono stati ad Ashraf? Conoscono queste persone o cose su ciò che sta avvenendo all’interno di quella struttura di 36 chilometri quadrati? O stiano solo ribadendo un sacco di retorica?

Conosco la gente di Campo Ashraf. Io ci sono stato. Ho vissuto lì. E hanno creduto in noi quando abbiamo promesso la nostra sicurezza e salvaguardia nel 2004. Ci sono pochi luoghi al mondo dove io non abbasso la guardia. Campo Ashraf non è uno di quei posti. Temo che Campo Ashraf possa diventare uno di quei posti, però, molto rapidamente. E la violenza potrebbe abbattersi su gente disarmata – so che sono disarmati, ero lì quando hanno dato le loro armi, uomini e donne, giovani e vecchi. Un grido deve uscire forte e chiaro che non tollereremo la violenza contro le persone protette di Campo Ashraf. Tale scadenza deve essere rinviata. Il male prospera nelle tenebre, quindi cerchiamo di far luce su Campo Ashraf. Ho cercato di trovare un terrorista ad Ashraf e non ho potuto. Ho cercato di trovare la tortura a Campo Ashraf e non ho potuto. Ho cercato di trovare persone detenute contro la loro volontà a Campo Ashraf. Non ho potuto. Spero solo che il mondo sia in ascolto.
Grazie, signora Rajavi per quest’umiliante e scoraggiante opportunità e di conoscere questo eminente gruppo. Grazie.

 

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